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Stanco della solita musica, lobotomizzato da nuovi hype o presunti tali, che dopo qualche mese (sovente settimane), scoppiano come una bolla di sapone, dirigo la mia attenzione sui Tinariwen, poiché il 29 giugno scorso è stato pubblicato il nuovo Imidiwan: Companions. Come il bacio del principe azzurro di turno, sveglio metaforicamente la mia Biancaneve, che da settimane aveva preso il sopravvento, e corro al pc per eliminare le tossine della noia e ascoltare il gruppo che maggiormente mi ha emozionato negli ultimi anni. Se qualcuno fra voi accetta la sfida, potrei scommettere che questo sarà uno dei dischi fondamentali del 2009. Il perché è semplice: nessun gruppo in scena di questi tempi ha saputo mischiare in maniera così naturale folk, rock e blues. Il precedente Aman Iman possedeva un paio di hit (Cler Achel e Matadjem Yinmixan) capaci di prendere a sassate qualsiasi rock band nostrana. Suoni luridi, terricci, ossessivi, ma all’occorrenza anche sussurrati. Un album compatto e non un pastiche afro costruito a tavolino per futili motivi commerciali, ma dodici solide tracce che trasudano amore per le proprie origini. I Tinariwen hanno sostituito i fucili utilizzati dalla ribellione dei tuareg con le chitarre mantenendo però alta la mira. Con questo nuovo disco (che non ho ancora ascoltato con attenzione, limitandomi alle prime invitanti tracce) il gruppo malese non cerca la riconferma (compito lasciato ad Aman Iman), ma si limita a giocare sullo stesso terreno dei precedenti. Nei brani che ho avuto modo di ascoltare, ho notato niente di più ma niente di meno della solita capacità, già riscontrata in precedenza, di metterci l’anima. E i Tinariwen riescono, in questo modo, a farci vedere il deserto anche da qui, dalle colline delle Langhe. Qualcuno la chiama magia.
Simone
Sembra che la musica non conosca la parola crisi.
In questo periodo di vacche magre le uscite continuano a riversarsi come pioggia sul povero ascoltatore medio cui non basterebbero giornate di quarantotto ore per ascoltare tutto quello che le case discografiche gli propinano. Che poi il (vogliamo essere buoni?) 70% di quello che esce, è suddiviso tra fuffa e la solita minestrina riscaldata è un altro discorso e che, se l’appassionato medio dovesse comprare comunque il restante 30%, dovrebbe accendere un mutuo ventennale a tasso variabile (solo a salire con base del 70%) da “Giggi Er Cravattaro” è ancora un altro discorso.
Siccome da queste parti non facciamo parte dell’eletto popolo dei giornalisti musicali e non sappiamo neppure quale sia il misterioso significato delle parole copia e promozionale ci limitiamo a scaricare (solo roba legale) o a comprare. Per farci un’idea di cosa c’è in circolazione ci si affida a Myspace e alla bontà dei gruppi e delle etichette che mettono a disposizione samplers o brani in streaming. Capirete che, per questo motivo, le discussioni dei dischi qui fioccano quasi come la neve a luglio e nella quasi totalità delle volte si parla pressoché bene del disco in questione. Perché prima di spendere come minimo diciassette eurini per un pezzetto di plastica, prima lo ascoltiamo per benino. Mica siamo così masochisti da spendere i nostri sudati euri in roba nauseabonda, no?
Dopo questa premessa di cui certamente sentivate il bisogno come una puntata di X-Factor è giunto il tempo di andare al sodo.
Ritornano i Warlocks, che dopo l’abbuffata acida di Heavy Deavy Skull Lover sembrano aver ingerito una dose massiccia di Maalox prendendo a calci nel sedere i Jesus And Mary Chain calmando un po’ le acque. Red Camera, il singolo che si può ascoltare sul Myspace del gruppo o sul sito della Tee Pee Records e che anticipa il full length The Mirror Explodes è una piacevole litania psichedelica a tinte cupe che piacerà assai a chi mastica gli stregoni anche a colazione.
Sempre dalla Tee Pee (lode e gloria ora e sempre nei secoli dei secoli) arrivano due nuovi gruppi da tenere d’occhio.
I Quest For Fire che propongono del sano rock classico impiastricciato, o impasticcato fate voi, con gradevoli e leggere sfumature lisergiche mai opprimenti e i Naam che, invece, offrono un rock un po’ più pesantino e diretto, con chitarre che ricordano i Black Sabbath più veloci, un uso sapiente del wha-wha e interludi sintetici che stemperano l’atmosfera proiettandola verso territori spaziali. Non fanno gridare al miracolo ma l’ascolto è piacevole.
Ora preparatevi ad aprire il distorsore e a smanettare alla grande con la barra tremolo mettendo alla prova il vostro collo con un furioso headbanging perché stiamo per addentrarci nella terra del Metallo.
Incominciamo con il (a me) gradito ritorno dei My Dying Bride artefici di un catacombale e romantico doom che ha fatto scuola. For Lies I Sire è l’ultima fatica e vede Aaron e soci continuare imperterriti sulla strada da loro stessi inaugurata abbandonando purtroppo e penso definitivamente, qualsiasi velleità di sperimentazione (34.788%... Complete sembra che sia piaciuto solo da queste parti). Comunque i MDB sono come la pizza. E’ sempre pizza ma è buona. L’arricchimento d’organico con il ritorno del violino è stata una cosa buona e giusta; un malinconico valore aggiunto che dona più atmosfera alla sepolcralità delle composizioni. Bentornati.
Dev’essere spiazzante, per chi li segue (non io), il nuovo disco degli Eluveitie, Evocation I: The Arcane Dominion. Un guazzabuglio di folk acustico di sapore celtico introdotto da una copertina esilarante: un omino tutto muscoli in vichinga “posa plastica” con sul capo delle…. corna di cervo! Più trash di così…… Un disco della serie: siamo cattivi e metallari, ma siamo ottimi musicisti e ve lo dimostriamo illustrandovi le nostre radici pagane e paniche (da Pan, naturalmente). Ai concerti del gruppo svizzero anziché il classico pogo sono previste allegre danze occitane di gruppo.
I Mastodon con Crack The Skye, già fuori da qualche tempo, hanno fatto il botto. Complice una recensione da denuncia penale, di cui ho rimosso il nome dell’autore e che paragonava Leviathan al nuovo Master Of Puppets (!) acquistai la citata opera che non solo non aveva nulla a che fare con il capolavoro dei quattro cavalieri, ma risultava essere “solo” un disco di buona fattura acerbo e ancora troppo spigoloso. Da allora in poi ho seguito marginalmente e con un po’ di diffidenza i Mastodon e non certo per colpa loro. Con Crack The Skye torno sui miei passi elogiando e coprendo d’incenso il gruppo americano che ha partorito un grande disco, limando le spigolosità e aumentando la melodia a discapito del growling, mantenendo però intatte, furia velocità e aggressività. I nipotini dei Metallica?
Infine gli Isis che tornano con il loro Post-Metal (permettetemi il neologismo). Wavering Radiant è la loro nuova fatica. Ed è una fatica arrivare fino alla fine del disco. Ma com’è che si dice? Stanchi ma soddisfatti.
Per non essere travolti dalla furia del metallo rovente non possiamo far altro che rintanarci nel garage sottocasa dove incontriamo gli Horrors che devono essersi flippati (e di brutto) il cervello. Il loro debutto di due anni fa, Strange House, non era affatto male e aveva un grande pregio (aiutato in questo dal solito hype programmato dalla stampa inglese) e cioè quello di far conoscere alle nuove imberbi generazioni, portandolo finalmente in superficie, il garage rock; quello sporco sudato e un po’ malato a dispetto del look dark-emo-fighetto del gruppo proveniente dall’Essex.
Quando ho scaricato il nuovo singolo, Sea Whitin A Sea, ed ho visto la sua durata (7 minuti), come si dice dalle mie parti: m’è venuto freddo. E’ una tempistica da rock progressivo e a me già solo la parola progressivo mette i brividi. Temendo, così, una genesizzazione dannosa per le mie orecchie mi sono accostato titubante all’ascolto. Per fortuna così non è stato, anche se le chitarre fuzzate a manetta sembrano essere un lontano ricordo e l’elettronica è entrata in modo prepotente. Dopo qualche ascolto di questa canzone dalla melodia sghemba devo dire che gli Horrors sono dei pazzi incoscienti e per questo mi piacciono. Più che genesizzazione parlerei di una neworderizzazione che fa capolino intorno al terzo minuto e quaranta secondi che fa dimenticare il debutto di un paio di anni fa e proietta il gruppo verso nuovi territori. Il full length, uscito lo scorso quattro maggio non mantiene le promesse del singolo ma mischia ulteriormente le carte servendo sul piatto una new wave inattesa ma non per questo meno gradita. Coraggiosi.
Sul fronte pop si fa di nuovo vivo quel marpione di Jarvis Cocker che ci propone il nuovo singolo Angela, una canzonetta innocua che scivola via umida come la pioggerellina primaverile. I tempi belli dei Pulp sono ormai un lontano ricordo e al solo pensiero scende una lacrimuccia.
Di ben più alto spessore il debutto di Karin Dreijer Andersson alias Fever Ray, già voce dei The Knife. L’omonimo disco è un cupo effluvio di pop elettronico figlio della Bjork meno sperimentale. Al sottoscritto, che proprio non riesce a digerire l’ex Sugarcubes, la bionda svedese invece è piaciuta parecchio. E non solo musicalmente…..
Redivivi anche i Kasabian alfieri di quella grande promessa rock-dance mai mantenuta il cui album in uscita tra maggio e giugno è anticipato dal singolo Vlad The Impaler. Un ritmo trance-dance con batteria a palla che con un opportuno remix sarà la gioia dei dancefloor meno commerciali. Caruccio il video in stile b-movie anni settanta con una goccia di sano splatter casalingo.
Più della musica in sé è molto interessante il dibattito che si è aperto in rete sugli austriaci Soap & Skin. C’è chi osanna il loro Lovetune For Vacuum come i tipi di Ondarock che gli appioppano un otto bello bello (e se leggete il suddetto sito concorderete con me che un loro otto equivale ad un 10++ di qualsiasi altro sito, tranne Pitchfork) e c’è chi lo stronca inesorabilmente. Noi vogliamo bene a tutti, anche a quelli che forse non se lo meritano e, quindi, ci poniamo a metà strada. E’ un disco umorale che più della musica conta l’attitudine di chi lo ascolta. In tempi diversi può provocare un’orchite fulminante o uno stato estatico di contemplazione/esplorazione del nostro subconscio. Penso che questo sia sufficiente per sapere a cosa si va incontro.
E finiamo con i giapponesi Mono. Monolitici, “Monomentali”, Monotoni, Monocordi, Monotematici e Monomarcia (molto bassa), ma chissà perché mo(no)lto affascinanti. Un mistero. Il titolo del nuovo disco è tutto un programma: Hymn To The Immortal Wind. Promessa mantenuta.
Malakai
In tempi non sospetti, scrivendo su “Tonight” dei Franz Ferdinand, lamentavo una certa sonnolenza nelle proposte d’Oltremanica. Piangevo lacrime di malinconia, ricordando le band che hanno invaso la scena alla fine degli anni 90. Un elenco sicuramente approssimativo in cui ci sarebbero Scott 4, Gomez, Belle and Sebastian e Arab Strap. Piccole gemme tipo quel “8 track sound system” dei Fonda 500 che mi piace ricordare con maggiore attenzione in quanto, a suo modo, molto vicino all’opera di cui mi accingo a scrivere: Ugly Side of Love dei Malakai da Bristol.
Un frullatore di generi: hip hop, psichedelia, folk, low fi da non prendersi seriamente, evitando insulse ricerche in rimandi verso chicchessia. Ci sarebbe da perdersi e finiremmo per fare il gioco dei Malakai, che morirebbero dal ridere nel vederci impazzire scrivendo man mano di Love, di Small Faces, di Beck.
Pezzi come Warriors, Shitkicker (una delle gemme migliori del lotto), Snow Flake (da incastonare con la precedente in un improbabile anello di melodie), Blackbird e Moonsurfin, non prevedono discussioni. Sono da gustare come si faceva da teenager senza star lì a pontificare. Un disco che più vario non si può e che trova nello zigzagare dei ritmi la sua forza.
Another Sun e Fading world sembrano uscire da Radio Nostalgia, mentre Lay down stay down è meravigliosamente sixties nel suo incedere. Gli angeli di Bristol (Malakai in ebraico assume questo significato) fanno nuovamente splendere il sole in tutte quelle lande che erano a secco di suoni British. Un plauso a Geoff Barrow (Portishead) produttore e scopritore del duo bristoliano. Buon sangue (inglese) non mente.
Simone
Sul finire dell’anno scorso, vengo a scoprire della nuova uscita targata Franz Ferdinand.
L’attesa, sono sincero, non è la medesima di un tempo perché dagli scozzesi, ormai diventati una multinazionale come la Coca Cola, so bene o male cosa aspettarmi. O almeno, ho sempre pensato di saperlo perché, anche se moderatamente, Tonight mi ha spiazzato. Come se alla bevanda sopracitata avessero aggiunto una spezia che ne avesse cambiato leggermente il gusto.
I Franz Ferdinand mi hanno esaltato. Sarà il generale appiattimento della scena poppettara d’oltremanica (non siamo più in epoca di vacche grasse, quando tra Beta Band, Gomez, Fonda 500 non si riusciva a star dietro a tanto ben di Dio) oppure sarà che, con l’arrivo della primavera, si ha la necessità fisiologica di suoni grintosi e coinvolgenti. E in questo Tonight centra il bersaglio.
L’apripista Ulysses, la nuova ammiraglia che ha circolato su tutte le radio è energia allo stato puro.
I Franz Ferdinand sanno bene che carte giocare e con esse la partita del buon pop è vinta in partenza. A differenza di altre band che a fatica virano verso l’elettronica, portandosi dietro una buona dose di goffaggine cercando, con altrettanto sudore, nuove strade per non ripetersi, il combo scozzese non soffre di questo genere di pressioni. Si muove con disinvoltura su ogni terreno. Siano esse ballate alla Lennon (Katherine kiss me), ritmiche rockettare al vetriolo (Bite Hard) o richiami punk (Turn it on). Vertici assoluti, sono toccati poi con No you girls il nuovo singolo spacca FM, una Twilight Omens pregna di rimandi al passato e poi quella Lucid Dreams che sembra voler continuamente decollare, ma che si appoggia, come senza carburante, su una coda elettronica effettivamente indigesta. Send him away è ulteriormente grandiosa e, opinione del tutto personale, continua a farmi venire in mente Soul Sacrifice (!). Spero nei vostri commenti, per capire se sono l’unico a pensarla così, o almeno per trovare qualcuno in grado di confortare le mie sensazioni.
Siamo nuovamente al cospetto di una grande band. Una delle poche veramente pop(olari), capace di accontentare la casalinga di Voghera e il più appassionato di musica indie. Sperando che quest’ultimo non si faccia condizionare dalla notorietà raggiunta dalla multinazionale Franz Ferdinand.
Sarebbe un vero peccato.
Simone
Non ho mai amato molto i vampiri. Ad essere sinceri, non ho mai trovato un motivo plausibile a questa mia idiosincrasia e probabilmente tutto è dovuto al fatto che il vampiro è sempre stato una figura un po’ inflazionata. Specialmente oggi che la pietosa saga di Twilight sembra essere stata assunta come culto dalle pletore adolescenziali, il mondo delle parole e delle immagini è tornato a popolarsi massivamente di queste pallide creature notturne.
Sembra che il vampiro sia considerato come l’archetipo dell’immaginario dell'orrore, anche grazie alle immortali interpretazioni cinematografiche di Bela Lugosi e Christopher Lee o, in tempi più recenti, grazie al Dracula di Francis Ford Coppola. Probabilmente il ruolo è meritato ma come tutti i modelli di uno stile, letterario e/o cinematografico, sovente rischia la sovraesposizione. Nella figura dai canini aguzzi questo rischio è aumentato di recente poiché oltre alla letteratura, al cinema e alla musica, il modello “vampiresco” è entrato a far parte di uno stile di vita e di una cultura dark gotica ormai uscita dall’underground e che lambisce i confini del mainstream. Senza perdersi in voli pindarici basta dire che il vampiro ciclicamente e forse inesorabilmente anche grazie al suo sguardo magnetico e seducente, attira e affascina il pubblico e fa “cassa”. E quindi lo troviamo dappertutto. Anche di giorno.
Sarà per questo motivo che non amo i vampiri o forse è solo questione di gusti.
Tutte queste parole per spiegare che il mio approccio al romanzo di Lindqvist non è stato dei migliori.
Lo scetticismo che prevaleva sull’interesse, però ha ceduto il posto alla curiosità e così, pur se titubante, ho iniziato la lettura di Lasciami Entrare. Alla fine meno male che il gatto ha ceduto alla curiosità perché è rimasto soddisfatto anche senza dover morire (di noia) per poi resuscitare.
Oskar ha dodici anni e vive con la madre a Blackeberg, un quartiere degradato della periferia di Stoccolma. La vita di un adolescente non è semplice, se poi i tuoi genitori sono separati e i soliti bulletti della scuola ti danno il tormento allora la tua vita diventa quasi un inferno. Per questo, Oskar è un ragazzo solitario, introverso e taciturno che trova “consolazione” in un album in cui mette articoli di cronaca nera che ritaglia minuziosamente dai giornali. Ed è proprio nel suo quartiere che accade qualcosa di terribile: viene ritrovato il cadavere di un ragazzo completamente dissanguato. E’ il primo di una serie di efferati omicidi che sconvolge la tranquilla vita di Blackeberg. L’ipotesi di una serie di omicidi rituali accresce una paura che striscia e s’insinua in tutti gli abitanti tranne che in Oskar, che vede nelle gesta dell’assassino la chiave di volta per vendicarsi dei suoi aguzzini. Anche la sua solitudine subisce un duro colpo perché improvvisamente compare Eli, una strana ragazzina che esce soltanto di notte, pallida, emaciata e con uno strano odore. Oskar la fa entrare nella sua vita che forse cambierà per sempre.
La forza di Lasciami Entrare non sta tanto nella trama che ricalca abbastanza fedelmente i canoni delle storie dell’orrore o nella prosa asciutta, priva d’inutili barocchismi, che mira e colpisce l’obiettivo senza girarci intorno, quanto nella chiave di lettura del romanzo stesso. Una chiave che apre diverse porte e va ricercata non nella storia o nei personaggi, ma su chi manipola come un burattinaio questi ultimi: la solitudine. Il romanzo di Lindqvist è un romanzo d’isolamento, di abbandono ed emarginazione. Sono questi i veri protagonisti, il motore che fa muovere persone ed eventi. La solitudine accompagna i personaggi del romanzo e li guida nelle proprie azioni fino a quando scoprono che esiste sempre un’alternativa che si può trovare nell’amore e nell’amicizia. Basta capirlo prima che sia troppo tardi. Perché è proprio l’amore che annulla tutte le barriere e pregiudizi e fa guardare alla vita e alle persone con occhi nuovi, con i quali ciò che prima sembrava sbagliato non diventa legittimo ma almeno necessario.
Molto di più, quindi, di una semplice storia dell’orrore. In questo romanzo la figura del vampiro sembra essere un’iperbole posta a evidenziare drammaticamente la solitudine di chi la società considera “diverso”. Una solitudine che è sorella di quella dell’emarginato, del malato, del criminale, della madre separata o semplicemente di chi ha smesso di cercare l’amore perché ormai troppo stanco.
Il “Lasciami Entrare” del titolo non è solo la richiesta del vampiro di poter entrare nelle abitazioni delle vittime (i vampiri non possono entrare nelle case se non espressamente invitati), per nutrirsi o anche solo per trovare qualcuno con cui parlare, ma è la supplica di chi sta cercando di entrare nella vita della persona che ama, ma trova sempre la porta chiusa.
Bra è una sonnolenta cittadina nel cuore della provincia di Cuneo. Una di quelle città dove sembra che accada mai nulla. Almeno fino al tramonto. E’ allora che, se passeggiate tranquillamente per le vie del centro storico, potreste incontrare lo sguardo magnetico di Bela Lugosi e se vi spingete fuori città, presso le rive dell’apparentemente sonnolento Tanaro potreste incrociare le fauci del Mostro Della Laguna Nera.
Qualcuno, durante una notte insonne, ha sentito provenire dalle colline, che non hanno occhi ma sembrano gemellate con quelle di Dunwich, dei cupi boati. E qualcun altro giura e spergiura che quei boati sono i passi di Godzilla.
Va bene, il vino qui da noi è buono, ma non mi sono fatto un litro di Barbera prima di incominciare a scrivere.
Sto parlando di “Oniricomacabrofreak”, un interessante e particolare progetto che trasferisce in una piccola città piemontese i protagonisti dei vecchi film horror (e non solo) e li miscela con il retaggio culturale della provincia di Cuneo. La peculiarità di questa brillante idea è quella di costruire artigianalmente i propri video seguendo la filosofia “muppets”, ovvero cercando di mettere in relazione tra loro i sogni, i pupazzi ed il contesto che li circonda.
Il Deux ex machina è Sebastiano Cerrino a cui Silverfish Imperetrix ha rivolto qualche domanda.
La prima domanda è d’obbligo: quand’è nata la passione per i video?
Sono stato folgorato dalle fotografie di Diane Arbus, dai vecchi film della prima metà del secolo scorso, dagli anni settanta in generale, dai super eroi, dalle opere etnico/macabre messicane e da tutta la musica da Beethoven ai Massive Attack e da qualsiasi film fantasy che facesse viaggiare la mia mente in mondi immaginari.
Nel giugno 2006 ho allestito una mostra fotografica nella chiesa di San Rocco, dal titolo:
“Onirico Macabro Freak viaggiare con la mente” nella quale esponevo le mie creazioni.
Terminata la mostra stavo cercando di fare una sequenza musicata delle foto ed ho notato che montare immagini e video era una cosa che mi piaceva. Così ho iniziato ad allenarmi con piccole sequenze aiutato da mio figlio Paolo e dai nostri pupazzi.
Guardando i tuoi video deduco che dietro ci sia la passione per un determinato tipo di cinema: i vecchi horror in bianco e nero con Bela Lugosi, Boris Karloff e Lon Chaney….
Sì questi films sono una delle mie passioni. Adoro le atmosfere e la suspance che creano, adoro la classe ed il romanticismo che trasmettono attori come Bela Lugosi e mi entusiasmano i semplici ma efficaci effetti scenici (apparizioni/sparizioni, nebbia, trasformazioni). Sembrerà strano ma questi sono gli unici tipi di film horror che riesco a vedere e che mi piacciono. Per me è essenziale che insieme al fattore macabro ci sia sempre quello romantico e, soprattutto, quello ironico.

La musica svolge un ruolo importante nei tuoi corti. Sembra che tu ti diverta ad utilizzarla anche per spiazzare lo spettatore. Vendendo “un film di mostri” uno si aspetta una musica lugubre ed invece parte uno ska che a mio avviso aggiunge, oltre ad un tocco d’originalità, una vena umoristica che è un vero e proprio valore aggiunto.
La musica per me è essenziale, perché insieme al montaggio mi aiuta a dare il mio taglio al filmato, e cioè un taglio uno e trino: onirico ovvero una visione fantastica e da un punto di vista più distaccato della vita, macabro che è il lato oscuro e misterioso del mio progetto (ma sempre con una vena d’ironia) e freak la terza essenza che è forse la più importante e basilare per delineare la mia figura artistica fuori dagli schemi, alternativa e scevra dei canoni dettati dall’umanità, una visione libera ed anarchica della vita.
Tuo figlio Paolo è una presenza importante. Presumo si diverta parecchio.
Paolo è un compagno di viaggio geniale ed ideale. Molte creazioni Omf provengono da sue intuizioni che abbiamo sviluppato insieme. Con i bambini è essenziale, anche se a volte complicato, cercare sempre di rimanere (quando si fanno foto o filmati) in una sfera di gioco, senza cadere nella routine o nel “lavoro”.

Come ti è venuto in mente di utilizzare le Action Figures con l'uso particolare della prospettiva?
Iniziando con le foto ho cercato di dare un taglio personale alle creazioni in modo che vedendole non si potesse che dire: “ Ma questa è una foto di Oniricomacabrofreak!”
Mi entusiasma ricreare dei contesti “reali” con i miei pupazzi, come per esempio Bela Lugosi al Palazzo Traversa, Superman dal Comune di Bra, Homer e Bart Simpson per le strade di Bra o il Mostro della Laguna Nera nel Castello di Verduno. Oltre alla mia arte amo anche le mie radici e mi piace mischiare le due cose.
Immagino che tu ne abbia una bella collezione.
Di collezioni per l’esattezza ce ne sono due. Una mia ed una di Paolo, in eterna competizione tra loro.
I tuoi film e registi preferiti?
I sopraccitati film horror prima metà ‘900, Charlie Chaplin (sia come attore che come regista) e tutto quello che ha prodotto nella sua vita Tim Burton che per me è l’Imperatore dei registi visionari. Infine i Muppets ed i loro creatori.
Che attrezzatura usi?
Una semplice HandyCam con un buon tre piedi e Adobe Premier per montare. Il tutto con lo spirito di un bambino ed il cervello di un sognatore.

Qual è il video della OMF che preferisci, che ti ha dato maggior soddisfazione? E quello in cui ti sei divertito di più?
Oddone in assoluto è il corto che amo e che mi rappresenta di più anche se in fondo amo tutte le mie creature. O’ Saracino in Bra invece è quello che sta battendo ogni record di visioni (quasi tremila in sei mesi) ed è stato anche quello più divertente da girare, grazie alla spontaneità di Paolo e di suo cugino Cesar, alla disponibilità di Nico il macellaio ed alla pazzoide ilarità del mitico Tangor Tan.
Come nasce un corto della OMF? Qual’ è la scintilla che fa scaturire l’idea?
Una mia creazione tipo, foto o video che sia, nasce sempre da un pensiero assurdo che passa per la mente osservando il mondo che ci circonda. Questo pensiero invece d’essere soffocato, come avviene nella maggior parte delle persone, viene prima di tutto preso in considerazione e poi se è il caso sviluppato.
Progetti futuri?
Sto terminando di montare un giro turistico di New York effettuato nelle vacanze di Natale da un nostro inviato speciale: Godzilla.
E poi mi piacerebbe fare in modo che le mie opere e la mia potenzialità artistica fossero conosciute ed apprezzate dal “mondo intero”.
Qui potete ammirare i corti della Oniricomacabrofreak in tutto il loro artigianale splendore.
Antony & The Johnsons: The Crying Light
Leggiadro. Soffice come la neve. Privo della stucchevolezza fine a se stessa e capace di misurarsi con nuovi traguardi musicali. Così si presenta il buon Antony col suo nuovo (capo)lavoro The Crying Light. Si misura col blues (Aeon) ed incanta subito; come un fuoriclasse riesce a far suoi brani più marcatamente pop (Kiss my name) senza inciampare sul terreno di casa (una Her eyes are underneath the ground che apre il disco con classe sopraffina). Antony si muove con eleganza in brani jazzati (One Dove), mettendo la sua ugola in primo piano poiché gli strumenti si sono fatti meno invasivi rispetto agli episodi passati. Lo affiancano senza rubare la scena e creando il giusto pathos.
Di solito mi devono pregare e non poco per scrivere qualche riga da pubblicare in questo blog derelitto (ma c’è qualcuno che lo legge? Alcune notti non riesco a prendere sonno tormentato da quest’interrogativo). Questa volta, però, mi sono offerto spontaneamente ed è stata una goduria osservare lo sguardo stupito e stupido dell’amministratore di questa baracca. Uso questo termine, non in segno di spregio verso quello che considero sì un’inutile perdita di tempo, ma che tutto sommato lo è molto meno di altri blog (chi se ne frega se il tuo micino ha la dissenteria e se la tipa per la quale sbavi non ti considera! Devi farlo sapere al mondo intero?), ma perché è in linea con l’argomento di questo post: Barack Obama. Frenate le ovazioni, voi che pendete dal labbro del nuovo messia a stelle e strisce: queste parole non sono per voi.
E’ fuori d’ogni dubbio il fatto che un presidente afroamericano sia, a suo modo, una svolta. Ma è anche un segno dei tempi e la cosa non dovrebbe stupire più di tanto. Questo stupore dimostra quanto ancora siamo indietro dal raggiungere quell’utopica “uguaglianza” da sempre predicata ma poco attuata. Un cittadino (che in questo caso diventa presidente) è sempre un cittadino. Che sia ispanico, afroamericano, balcanico o marziano ha importanza? Al momento e per molto tempo ancora sembra proprio di sì.E' uscito il nuovo numero di Write Up!. Il tema di questo mese è la musica della malinconia. Preparate i fazzoletti prima d'iniziare a leggere.
Riferimenti