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Far From The Sun (Virgin)

Gli Amorphis appartengono a quella schiera di gruppi che esordirono una decina d’anni fa nel movimento Death/Doom metal nel quale militavano nomi come Tiamat, Paradise Lost, My Dying Bride e Anathema (ho volutamente estromesso i Cathedral decisamente più doomy e scevri da qualsiasi velleità death) che, col passare degli anni, hanno intrapreso percorsi artistici differenti allontanandosi decisamente dalle origini.
I My Dying Bride, dopo aver rischiato in prima persona, sono felicemente ritornati sui propri passi, i Paradise Lost hanno dato un taglio netto al passato, rinnegandolo per dedicarsi in toto ad un dark rock di pregevole fattura ma poco originale e i Tiamat, dopo il coraggioso A Deeper Kind Of Slumber, continuano ad autocompiacersi crogiolandosi in un gothic rock da club che fa molto trendy e non impegna. Tutto cambia quando si parla degli Anathema e degli Amorphis; i primi continuano a sfornare dischi incredibilmente belli ma ormai lontani dall’heavy, i secondi stavano (il passato è d’obbligo alla luce di quest’ultimo lavoro) portando avanti un discorso musicale forse addirittura più intrigante, raggiungendo ottimi risultati anche nel controverso Am Universum che ha tanto diviso pubblico e critica.
Ma facciamo un passo indietro.
Quando uscì Elegy si capì immediatamente che le capacità del gruppo capitanato da Pasi Koskinen erano davvero notevoli. Il riuscito mix di death, doom e prog anni settanta unito ad un gusto melodico pregevole e decisamente inusuale per la musica estrema ne aveva decretato il meritato successo.
Il successivo ed altrettanto fortunato Tuonela ammorbidiva ulteriormente il suono facendo quasi scomparire il growling e introducendo strumenti, fino ad allora impensabili in un disco degli Amorphis, come il sassofono. Inutile dire che parte della critica e dei fans incominciarono a storcere il naso verso la strada heavy-prog intrapresa dal gruppo. Le critiche divennero roventi all’uscita dell’ulteriormente progressivo ed orecchiabile Am Universum che venne stroncato da gran parte della stampa specializzata bollandolo come un passo falso. Anche i fans sembrarono non grandire i cori orecchiabili e l’utilizzo di strumenti non convenzionali.
Nonostante tutto, o forse proprio a causa di questo ammorbidimento, il gruppo riusciva ad accasarsi presso la major Virgin.
Il mio parere è che il fresco contratto abbia influito in maniera consistente nell’impostazione del nuovo lavoro.
Gli Amorphis si sono trovati di fronte ad una scelta: o continuare sulla strada della ricerca o fare inversione tornando sui propri passi certi di ritrovare i consensi perduti. L’essere sotto contratto con una major è stato, secondo me, rilevante nella scelta della strada da intraprendere. Continuare ad evolversi (perché Am Universum è stato un’evoluzione, forse non condivisibile, ma non è stato certamente un passo falso) continuando ad esplorare territori poco cari al metallaro medio era troppo rischioso: la Virgin è un’azienda e, come tale, deve fare (molti) profitti. Dal canto suo il combo finnico non penso che disdegni (come tutti noi) qualche soldino in più nelle tasche.
Naturale. Due più due uguale quattro.
Gli Amorphis ingranano la retromarcia e pubblicano Far From The Sun che, al contrario dei suoi predecessori, risulta essere una vera e propria involuzione, uno sterile richiudersi su se stessi.
Già, perché questo non è altro che un compitino composto senza sforzi.
Sono stati eliminati i fiati, le chitarre suonano più heavy e non ci sono ritornelli (molto) orecchiabili, anche se il gusto melodico tipico dei nostri rimane, specialmente con l’uso, anche se moderato, delle tastiere. In poche parole ci troviamo al cospetto del fratellino minore (e molto) di Tuonela.
In una recente intervista il bassista Niclas Etelävuori ha fatto la seguente dichiarazione, che spiega molto bene le decisioni del gruppo: “…questa volta abbiamo voluto realizzare un album che riprendesse il più fedelmente possibile la maniera in cui suoniamo dal vivo o in sala prove. Per questo motivo abbiamo deciso di eliminare tutti quegli elementi, come ad esempio il sassofono, che erano presenti in modo massiccio su ‘Am Universum’, ma che non ritenevamo fondamentali per la nostra musica. ‘Far From The Sun’ è complessivamente più essenziale, ed è proprio ciò che volevamo ottenere”.
Ed è proprio vero, FFTS è così essenziale che di stimolante c'è poco o nulla.
FFTS non è un disco brutto, ma le emozioni che trasmette sono davvero poche a causa di una piattezza compositiva che, sinceramente, non mi aspettavo dagli Amorphis.
Quasi tutti i pezzi presenti sull’album sanno di poco, sembra addirittura che i ragazzi suonino un po’ svogliatamente, senza troppa convinzione e questo mi fa pensare ancora di più al lavoretto di routine fatto per accontentare tutti, senza rischiare. A parte le iniziali Day of your beliefs e l’orientaleggiante Planetary misfortune, che risentono ancora delle influenze dei due album precedenti, le canzoni rimanenti non emergono dalla mediocrità. Non basta inserire parti reggae (Ethereal solitude) per fare una grande canzone, a tal proposito se questo pezzo avesse proceduto sui binari iniziali sarebbe stata tutta un’altra storia, e neppure gli inserti mistico-orientali di Higher ground riescono a sollevare l’ascoltatore dal torpore indotto da canzoni prive di mordente.
Le emozioni suscitate sono pochine, ma una su tutte è così grande che sovrasta le altre ogni volta che ascolto Smithereens, ed è l’incazzatura. Comprendo che l’amore per i Pink Floyd (d’altronde chi, sano di mente, non li ama?) porti i musicisti ad omaggiare i maestri nelle proprie canzoni, ma addirittura arrivare al plagio mi sembra troppo! Perché se ascoltate con le orecchie la parte finale della suddetta Smithereens e se conoscete un certo album dei Pink Floyd che s'intitola Echoes, che contiene l’omonima canzone, non potrete non notare che i due break si assomigliano in maniera paurosa. Alla faccia dell’omaggio ai maestri! Questo a casa mia si chiama plagio! Il che m’induce a pensare che nella factory Amorphis le idee inizino a scarseggiare e che gli anni settanta più che una fonte d’ispirazione siano una sorta di forziere dal quale saccheggiare pezzettini qua e là.
Sono forse troppo severo? Forse sì, ma la delusione ricevuta da questo disco è così forte che ancora brucia.
Gli Amorphis sono maledettamente bravi, hanno dimostrato di avere classe ed originalità compositiva da vendere, mi dispiace vedere sprecato tutto con dischi come questo.
Ma sembra che la critica ed i fans apprezzino.
Il mondo è bello perché è vario. ![]()
In base a quanto dichiarato da Dimebag Darrell sembra proprio che i Pantera abbiano definitivamente deciso di sciogliersi. D'altronde Phil Anselmo non ha mai fatto mistero di preferire i suoi attuali progetti (Down e Superjoint Ritual) alla band madre. E così è giunto alla fine del cammino un altro storico gruppo rock, che con l'ormai lontano Vulgar Display Of Power ha composto uno dei dischi heavy metal più belli di sempre.
The Puppet Master (Massacre Records)
Lo ammetto: ho un debole per King Diamond.
Quando, nel 1988, ascoltai per la prima volta quel capolavoro di horror metal che s’intitola Them rimasi folgorato ed andai a recuperare tutti i lavori del Re post Mercyful Fate. Scoprii, così, l’altro capolavoro del Re Diamante: Abigail.
E da allora attendo con trepidazione ogni nuova storia che King mette in musica.
Da quel lontano 1988 in poi il barbuto singer danese ha avuto una rispettabile carriera costellata di buoni successi costruiti su dischi belli e meno belli e su di un’intensa attività live. Il tutto all’insegna di una coerenza stilistica forse fin troppo intransigente che gli ha dato sì parecchie soddisfazioni, ma che lo ha anche penalizzato.
Perché, parliamoci chiaro, i dischi di King Diamond sono tutti uguali.
Dal suo esordio, quel Fatal Portrait datato 1986 che ancora risentiva delle influenze dei Mercyful Fate (il gruppo in cui militava il Nostro prima di intrapendere la carriera solista), fino a questo The Puppet Master, praticamente nulla è cambiato nel songwriting del Re. Questo potrà piacere ai fan più oltranzisti e agli amanti del genere e forse potrà far avvicinare qualche nuovo imberbe virgulto, ma continuerà a relegare King Diamond nell’angolino destinato agli autori di nicchia.
In questo disco, forse, qualcosa è cambiato, non molto ma è già un buon inizio.
Innanzitutto sono stati smussati quegli angoli che hanno reso i lavori successivi al bellissimo The Graveyard (1996) un po’ “pesanti” (non nel senso musicale del termine) e piatti, perciò si tratta di un lavoro molto più melodico e vario. Le vocals femminili hanno aumentato le loro apparizioni così come le tastiere che in qualche episodio non rimangono un mero contorno di sottofondo, ma contribuiscono decisamente alla forma canzone. Naturalmente il suono tanto caro KD non subisce decisi scossoni e rimane saldamente arroccato sui canoni power metal con rare spruzzate di speed, The Puppet Master, Blood To Walk e Living Dead ad esempio, dove, in quest’ultima, la cosa migliore rimane l’arpeggio finale contornato da tastiere sognanti e sussurri femminili e maschili che si rincorrono intrecciandosi.
Le “novità” sono rappresentate da Blue Eyes, No More Me e So Sad che sono delle nere “ballate” abbastanza atipiche per lo standard kinghiano. Qui le tastiere giocano un ruolo importante, specialmente l’organo su Blue Eyes e l’incipit con l’organetto da circo di No More Me, mentre le voci femminili che duettano con KD non sono mai fuori luogo e, anzi, donano all’atmosfera delle canzoni, già oscura di per sé, delle nenie infantili e delle cantilene che la incupiscono ulteriormente. Ed infine gli arpeggi di chitarra acustica, sottolineati da keys adatte all’atmosfera, riescono nell’intento di rallentare il ritmo senza annoiare, rendendo più oniriche le canzoni.
Altri pezzi risentono di quel restyling melodico a cui accennavo prima: Magic, The Ritual e Darkness posseggono dei ritornelli al limite dell’anthemico che ti entrano in testa e non se ne vanno più, e sono proprio questi episodi che più di ogni altro ci riportano ai fasti del duo Abigail/Them.
Risulta comunque difficile estrapolare una canzone dal contesto del concept, opera corale che va ascoltata nella sua integrità con tanto di testi alla mano per poter entrare nel teatro grand guignol del Re Diamante ed assaporare i suoi incubi a piene mani.
Una parola di merito va alla band di supporto capitanata dal fido Andy LaRoque che è di tutto rispetto e tecnicamente ineccepibile, con il buon Andy, al solito, a sfornare riffs assassini ed assoli di ottima fattura.
Come è sempre stato per tutti i lavori di KD, anche quest’ultima fatica farà la gioia dei suoi fan, ma lascerà indifferenti tutti gli altri.
Intanto io continuo a seguire il Re Diamante e le sue storie horror riponendo The Puppet Master nello scrigno polveroso e coperto di ragnatele insieme ad Abigail, Them e The Graveyard e sperando che le piccole “novità” presenti in questo bel disco siano un primo passo verso un nuovo e prolifico percorso artistico dell’oscuro cantastorie.
Life Is Killing Me
Doveva uscire il 31 ottobre dell’anno scorso, ma i problemi personali di Peter Steele (ha dovuto assistere la madre gravemente ammalata) hanno reso possibile l'uscita del nuovo platter del combo di Brooklyn solo quest’estate. A quattro anni dall’uscita di World coming down la depressione che da sempre accompagna il buon Peter lascia spazio al disincanto e al rancore e sono proprio questi due sentimenti i temi portanti di Life is killing me.
Per l'atmosfera del disco tipicamente typeonegative, ovvero decadente ed intrisa di una profonda tristezza, questa nuova rabbia dona quella marcia in più che forse era mancata nel precedente lavoro. Già l'opener I don't wanna be me, non a caso scelta come singolo apripista, risulta spiazzante per chi già conosce i TON, con il suo incedere punk che molto ricorda i primitivi Carnivore (il primo gruppo di Steele). Ma non è un episodio isolato, la stessa title track, I like goils e la cover di Angry inch tratta dal film musicale Hedwig sono caratterizzate da questa nuova scelta stilistica del combo.
Finalmente anche il grande amore per i Beatles esce ancor più allo scoperto in Less than zero con il sitar in evidenza e soprattutto in (We were) Electrocute con i suoi arrangiamenti orchestrali, mentre i sempre presenti sprazzi di Bauhaus e Sisters Of Mercy sono disseminati in tutto il disco, specialmente nei momenti più riflessivi.
Un disco più "vario", se mi concedete il termine, dei suoi due predecessori che sicuramente attirerà critiche positive da chi vedeva nel combo newyorkese un clone di se stesso lento e ripetitivo, ma che non spiazzerà i fan del gruppo dal momento che non mancano le composizioni sepolcrali di scuola Black Sabbath com’è lecito aspettarsi dai TON. Anche il sound, altro marchio di fabbrica, non è cambiato: chitarrona e basso distorti a "zanzara" e vocione baritonale direttamente dall'oltretomba.
Se si parla dei TON non si possono ignorare i testi, da sempre Steele compone canzoni che sono lo specchio di ciò che pensa e ciò che la vita gli regala ed anche questa volta lo Steele pensiero, con tutta la sua misantropica rabbia, fa da padrone. Bisogna dire però che, questa volta più di altre, il buon Peter ha composto delle vere e proprie perle ironiche come la sopra citata Less than zero e I like goils che non mancheranno di suscitare polemiche essendo delle vere e proprie bordate al vetriolo.
In sintesi Life is killing me è, per chi già conosce i precedenti lavori dei TON, il matrimonio tra Bloody Kisses e October Rust con un pizzico di velocità e cattiveria in più, e scusate se è poco!
Un gran disco, sicuramente uno dei migliori dell'anno in campo gotico, consigliato sia ai fan del gruppo sia a coloro che vogliono muovere i primi passi nell'oscuro mondo dei Type O Negative.
Permettetemi un'ultima considerazione: Peter Steele non diventerà mai ricco a comporre dischi così intransigenti e scevri da compromessi easy-listening da goth club alla moda, lontani da quel vampire-glamour che fa tanto tendenza e guadagnare tanti bei soldini (chi ha detto Tiamat?), ma rimane senza ombra di dubbio uno dei pochi personaggi, discutibili quanto volete, ma "veri" e coerenti tra la marea di pagliacci che ultimamente sono saliti sul carrozzone rock. ![]()
Absolution
Ho amato e continuo ad amare l’esordio discografico dei Muse, ritengo Showbiz uno scrigno di emozioni dirompenti che ti avvolgono ad ogni nuovo ascolto lasciandoti senza fiato. Non ho mai ascoltato né il suo successore quel Origin of Simmetry che ha tanto esaltato la critica , (è scandaloso, lo so, ma i soldini sono pochi e devo attendere che qualche anima pia me lo impresti),
né l’esperimento/colonna sonora Hullabaloo, quindi posso paragonare questo Absolution solo al loro primo lavoro senza avere una visione d’insieme del percorso artistico intrapreso da Bellamy e soci.
Diciamo subito che Absolution non è un brutto disco, ma c’è qualcosa che non quadra!
Pur mantendo le proprie peculiarità il suono del gruppo inglese si è indurito parecchio, a tratti i riffs sfiorano l’heavy metal (il riff iniziale ed il break centrale del singolo Stockolm Syndrome,alcune parti di Hysteria e Tsp) e qua e là spuntano azzeccati arrangiamenti orchestrali come nell’unica vera sopresa del disco: Blackout, sorta di ballata dal gusto retrò anni 50. Ma le emozioni dove sono?
Per carità questo disco è pieno di belle canzoni come Apocalypse Please, Sing for Absolution, Hysteria, Blackout e Thoughts of a Dying Atheist (la mia preferita), intense ed a tratti emozionanti, ma sono le uniche a lasciarti un qualcosa dopo un po’ di ascolti. Purtroppo, però, sono emozioni flebili che svaniscono al primo soffio di vento come anche la ballata, concedetemi il termine, “sperimentale” Endlessy che lancia il sasso e poi nasconde la mano, quasi che i Muse abbiano paura di osare.
Il disco così risulta a tratti un po’ pesante e monocorde e, onestamente, trovo che la voce di Bellamy in qualche episodio salga un po’ troppo sopra le righe.
Secondo me è giunta l’ora per i Muse di una svolta perché mi dispiacerebbe molto se facessero la fine degli Oasis.Caro Ciddì
A proposito del caroprezzi cd e del peer to peer legale o no, su Rumore di questo mese (n.142) trovate un interessantissimo speciale sul tema, mentre su RocKerilla (n. 279), sempre in edicola questo mese, nella rubrica www.cumprà trovate altre considerazioni e una possibile soluzione alla gravosa questione.
Ve li consiglio caldamente.
Se gli artisti, le case discografiche, i distributori e i rivenditori ragionassero con un po’ di sale in zucca come fanno gli autori dei suddetti articoli avremmo tutti di che guadagnarci, a partire dagli artisti stessi e scendendo lungo la filiera fino ad arrivare al povero sfigato che, come me, acquista i dischi a cifre immonde.Judas Christ
Premessa: non ho ancora ascoltato il loro ultimo disco: Prey. Perciò alcune mie considerazioni e sensazioni potranno non corrispondere all'effettivo percorso artistico intrapreso dal gruppo.
I Tiamat si danno al Dark-Pop?
A giudicare da questo lavoro si direbbe di sì.
Rispetto al precedente lavoro (Skeleton Skeletron) i suoni si ammorbidiscono e le canzoni diventano più orecchiabili, ma mai, musicalmente parlando, banali. Il marchio di fabbrica dei Tiamat, ovvero la calda e baritonale voce di Edlund rimane costante, con l'aggiunta in alcune canzoni di cori femminili, come nel singolo Vote for Love e nella veloce I am in love with myself. Gli effetti di synth e di programming che avevano caratterizzato l'etereo e bellissimo A deeper Kind of slumber e che erano stati accantonati nel suo successore, ritornano anche se non in maniera massiccia e donano all'album quell' atmosfera plumbea e maledetta che ben si confà al gruppo.
L'unica nota dolente a mio avviso riguarda la caduta di stile subìta.
I Tiamat stanno cercando di vendere. Questo è lampante in un singolo come Vote for love. Non mi sarei mai aspettato da Edlund, (qualcuno ricorda come si faceva chiamare agli albori della sua carriera?) un testo a la Pausini o delle rime baciate da Baci Perugina (I love you like the bullet loves the gun ????). Il gruppo giustifica queste liriche come una sorta di cambiamento di atteggiamento verso la vita, ma a me sa più di astuta mossa commerciale. D'altronde basta guardare il video del singolo per capirlo, sembra che i Tiamat vogliano diventare una sorta di versione dark degli U2.
Che dire poi della scelta di un titolo che con l'album c'entra poco o niente, messo lì solo per scioccare i benpensanti o per invogliare qualche blackster intransigente attratto dal capro in copertina e dal titolo in questione, all'acquisto? Secondo me non basta l'odio verso qualsiasi forma di religione da parte di Edlund a giustificarlo e a giustificare una frase inserita un po' forzatamente nel ritornello di Return of the son of nothingness, specialmente se due canzoni dopo si sente cantare: é tempo di uscire e di votare per l'amore.
A proposito, nel booklet (molto bello), fanno nuovamente capolino le croci rovesciate.
I Tiamat sono un po' confusi, sia dal punto di vista prettamente musicale che lirico, speriamo passi presto. ![]()
Like Gods of the Sun
Ho rispolverato un vecchio album dei My Dying Bride: "Like gods of the sun" del 1996.
Pur essendo un estimatore del cupo gruppo inglese, questo lavoro, come il suo predecessore (The angel and the dark river) non mi ha mai particolarmente impressionato. La svolta dark della sposa morente non mi aveva convinto del tutto, adoravo il suo lentissimo doom sfregiato dalle violentissime parti death e ritrovarmi ad ascoltare lunghe litanie quasi recitate mi aveva sinceramente spiazzato. Ora a distanza di anni e di una certosina opera di "allargamento" in fatto di gusti musicali devo giustamente rivalutare quest'opera.
Like Gods Of The Sun è composto da nove canzoni una più cupa dell'altra dove il violino di Martin Powell ricama melodie che fanno venire i brividi e la bellissima voce, ora declamatoria, ora sofferta di Aaron Stainthorpe dona il giusto phatos alle sue liriche.
Le due chitarre velocizzano i lenti riffs di scuola doom rendendoli più orecchiabili, ma senza mai cadere nel banale e gli assoli non sono mai fuori posto rendendo così le canzoni più fluide.
La sezione ritmica pur senza essere invadente è ben presente dando profondità alle composizioni, così come le tastiere che, tessendo un tappeto sonoro in sottofondo, non solo si amalgamano alla perfezione agli altri strumenti, ma creano quell'atmosfera "sinfonica" che ben si addice alla teatralità delle canzoni. Ho detto teatralità non a caso, Aaron è ormai diventato una figura simbolo non solo all'interno del gruppo, ma dell'intera scena heavy-dark grazie alle sue doti di cantante, compositore di testi e di pittore (suo il dipinto sulla copertina dell'ottimo The dreadful hours) e basta ascoltare la seconda canzone dell'album The Dark Caress, per rendersi conto di quanto la sua carismatica interpretazione del testo lo renda qualcosa di più di un semplice singer.
Per quanto possa sembrare strano la maggior parte delle canzoni di questo disco sono canzoni d'amore, ma ben lungi dal cuore, sole ed amore di scuola italica. Il cuore della sposa morente è un cuore trafitto e sanguinante in cui i soli sentimenti che albergano sono la tristezza e la disperazione, il sole a cui la sposa si rivolge in un ultimo atto di fede e speranza è un sole morto, dal quale non si sprigiona nè luce nè calore e l'amore cantato è un'amore ormai perduto.
C'è anche spazio per la religione, la ricerca di un dio in cui credere è un tema ricorsivo nelle liriche dei MDB ("La mia unica preghiera la rivolsi ad un Dio in cui non credo" / "Come possiamo combattere questa notte senza fine, oh signore Gesù ci salverai?"). In uno degli episodi più "veloci" dell'album, A kiss to remember c'è anche spazio per uno dei temi più cari della musica e della letteratura gotica, ovvero il vampirismo e l'odio che abita il freddo cuore del vampiro in questione è così grande dal voler bruciare il Paradiso.
Like gods of the sun è un opera decandente, pe(n)sante e difficile, che necessita di ripetuti ascolti per essere apprezzata, ma che è capace di far affiorare nell'ascoltatore le più svariate emozioni ed anche qualche brivido lungo la schiena (provate ad ascoltare It will come" al buio.......). ![]()
A Deeper Kind of Slumber
A deeper Kind of slumber è il quinto full-lenght della discografia dei Tiamat.
Se con Wildhoney il death/doom degli esordi muore insieme alle ultime growls, con questo disco i Tiamat sanciscono un netto distacco con il metal tout-court.
L'unica eredità lasciata dai lavori precedenti è rappresentata da Cold seed, la canzone apripista, che è anche la canzone più veloce ed orecchiabile di tutto l'album, ma che risulta essere l'anello debole del disco: troppo veloce e semplice rispetto alle altre composizioni.
Anche se i legami con Wildhoney stentano ad assopirsi, con Teonanacatl (un fungo allucinogeno considerato dagli Aztechi alla stregua di una divinità-cibo la cui consumazione permetteva agli sciamani ed agli stregoni di raggiungere la comunione con le divinità.), il secondo brano dell’album, inizia il nuovo percorso sonoro di Johan Edlund. Un ritmo lento e cadenzato con un cantato evocativo e sussurrato, caratterizzato dalla calda e bassa voce del carismatico leader dei Tiamat.
Il primo ascolto dell'ipnotico strumentale Trillion zillion centipedes può lasciare esterrefatti, specialmente se non si è abituati alle sonorità trip-hop. I brevi inserti trip ad ogni modo si amalgamano alla perfezione alle sonorità dei Tiamat, dilatandole e proiettandole nel futuro. Come nella successiva The desolate one dove un ipnotico incedere trip-hop fa da sottofondo ad una vera e propria oscura nenia infantile, mentre in lontananza sembra di udire una qualche strana e diabolica litania.
La sottile linea di demarcazione tra sogno e realtà s’infrange e viene risucchiata dalla risacca del mare, ma è proprio il mare che lava via l'angoscia e riporta la speranza in quello che considero essere il brano più bello dell'album: Atlantis as a lover. Anche questo è un brano orecchiabile, ma meno banale di Cold seed, dove i rimandi ai Pink Floyd più psichedelici risultano molto evidenti. (D'altronde Edlund ama i Pink Floyd e non ne ha mai fatto un mistero).
La pace e la serenità sono solo piccoli frammenti, l'animo umano viene squarciato da nuove angosce, subite o auto-provocate: Alteration X 10 è un gioiello di perversione acida. Un delicato arpeggio di chitarra squarciato da bordate elettriche molto pesanti. Anche qui troviamo un break centrale ipnotico ideale da ascoltare in cuffia.
Il sitar c’introduce un altro brano strumentale, l'orientaleggiante Four leary biscuits, farcito da un drumming tribale, un delicato flauto e cori femminili.
Senza alcuna interruzione entriamo in Only in my tears it lasts un’altra litania che danza sull’onnipresente drumming trip arricchito, però, da synth che creano effetti che ben si fondono con il delicato arpeggio di chitarra. Molto bello il gentile assolo di chitarra di pinkfloydiana memoria che si amalgama alla perfezione con il refrain principale.
The whores of babylon è una canzone molto suggestiva: il ritmo aumenta e compaiono timide ritmiche industrial, mentre la voce di Edlund passa dai malefici e malati sussurri ad un cantato che è quasi un ammonimento.
Ricompaiono le voci femminili nello strumentale bucolico Kite, che è una vera e propria introduzione ad una lunga ballata elettrica (sempre che si possa parlare di ballate per quanto riguarda i Tiamat) che risponde allo strano titolo di Phantasma Deluxe. Una canzone che a tratti ci riporta a Wildhoney, nella quale possiamo trovare altri effetti “spaziali” che ricordano molto gli Hawkwind. Anche qui l'assolo di chitarra ricorda il Gilmour più ispirato.
Dal punto di vista lirico i testi, criptici ed intimisti, lasciano spazio alle più libere interpretazioni: angoscia, paura, disperazione, ma anche speranza ed amore, soprattutto nei confronti della natura. Il ruolo delle chitarre viene ridimensionato a favore di un tappeto sonoro composto principalmente da tastiere molto ispirate, anche se non mancano furiosi momenti elettrici. Un lavoro adatto a chi ama sia le atmosfere sognanti sia quelle più oscure ed inquietanti, ideale per chi vuole lasciarsi trasportare e perdersi nelle note.
Musicalmente A deeper kind of slumber è un disco originale, non catalogabile, un caleidoscopio di note (violino, violoncello, flauto, oboe e sitar, per citare gli strumenti meno “convenzionali”) a volte meraviglioso, a volte insostenibile, bizzarro ed inquietante.
Un disco lungo e difficile che va ascoltato molte volte prima di poterlo assaporare in tutte le sue sfumature. Ed è proprio questa la sua bellezza: ad ogni ascolto ci si troverà davanti a qualcosa che ci era sfuggito, mentre nuove emozioni si faranno strada nel nostro animo.
Un gran pregio per un disco.
Chiudete gli occhi ed iniziate sognare. ![]()
Discografia:
Sumerian cry (1990)
The astral sleep (1991)
Clouds (1992)
Wildhoney (1994)
A deeper kind of slumber (1997)
Skeleton Skeletron (1999)
Judas Christ (2002)
Prey (2003)
The music ( Hut Recordings)
Questi ragazzi hanno scelto un nome semplice, ma al tempo stesso importante per il proprio gruppo. Si tratta forse di presunzione? Se anche fosse questa presunzione gliela si può perdonare, perché il primo omonimo disco dei The Music è un gran bel lavoro. Divertente, originale, a tratti ingenuo, ma assolutamente trascinante. (Provate a star fermi ascoltando The Dance o The People ) I quattro ragazzotti inglesi propongono una miscela di rock, ritmi prettamente dance e psichedelia il tutto miscelato alla perfezione e con ottimi risultati.
Il seme gettato dai Led Zeppelin qui ha attecchito perfettamente e non solo per quanto riguarda i riff di chitarra, ma anche nella bella voce di Robert Harvey che a tratti assomiglia in modo impressionante al Plant più ispirato, mentre qua e là fanno capolino i Pink Floyd più spaziali (quelli di Interstellar overdrive, per intenderci).
Considerando la giovane età del gruppo inglese è lecito aspettarsi una crescita artistica che scremi le (piccole) imperfezioni di un disco innovativo e coraggioso, ma soprattutto sincero, sperando che con il successo ottenuto con l’album di debutto, i The Music non si montino la testa.
Sicuramente uno dei dischi più interessanti del 2002. ![]()
II - A Bustle In Your Hedgerow (Elektra)
Il secondo disco per il side project di Phil Anselmo,voce dei Pantera e Pepper Keenan, chitarra dei Corrosion of Conformity coadiuvati per l’occasione dal basso di Rex Brown dei Pantera ci trascina nelle melmose paludi degli Stati uniti del sud. E non è certo una gita di piacere: tra sabbie mobili, alligatori e tamburi sommessi in odore di woodoo i Down nel loro secondo capitolo mescolano sonorità tipicamente doom a quelle orgogliosamente southern rock (The Man That Follows Hell) e alternano parti lisergiche (Landing On The Mountains Of Meggido) a furiose bordate heavy (New Orleans Is A Dying Whore ). Il risultato che ottengono è un disco cupo e pesante grazie ai riffoni di Keenan e che trasuda un qualcosa di malsano tramite la complicità delle roche vocals di Anselmo. A proposito di Anselmo, il singer sembra trovarsi più a suo agio nei suoi numerosi side project (oltre ai Down i Superjoint Ritual) che in casa Pantera, ultimamente un po’ giù di corda. Se A Bustle In Your Hedgerow avrà il successo che merita penso proprio che il pupillo se ne andrà di casa. Questo è un disco che suona maledettamente bene, la coesione tra i membri del gruppo funziona e si sente, i Down sono qualcosa di più che un semplice progetto estemporaneo. “Take me to the limit I’m not afraid to die” e detto da Phil Anselmo c’è da crederci!
Turn on the bright lights (Matador)
Sono tornati gli anni ottanta! Attenzione però, non quelli caciaroni e sintetici di quel easy pop alla Duran Duran che faceva tanto impazzire le ragazzine, ma la new wave dei Roxy Music e l’oscurità post punk dei Joy Division. Totbl è l’album d’esordio di quattro ragazzi newyorkesi che dal look sembrano figli del Brian Ferry più dandy e che dalla musica che suonano sembrano fratelli di Ian Curtis. A conferma di quest’ultima affermazione a volte, durante l’ascolto del disco, la voce di Paul Banks assomiglia maledettamente a quella dello sfortunato Ian. Qualcuno potrà storcere il naso di fronte ad un album figlio di tale epoca che può apparire anacronistico e fuori luogo. Che bisogno c’è di un album così oggi?
Forse non ce n’è bisogno o forse sì ma non importa, perché ascoltando perle come NYC, Obstacle 1 o Stella was a diver and she was always down tutti gli interrogativi scompaiono risucchiati nel flusso delle emozioni evocate. Emozioni figlie di un disco sincero ed elegante come se ne vedono pochi di questi tempi.
Non c’è nulla di nuovo nell’esordio degli Interpol, ma chi ha mai detto che le cose belle devono necessariamente essere figlie delle novità? ![]()
Audioslave (Epic)
E finalmente il supergruppo nato dalle ceneri dei Soundgarden e dei Rage against the machine è riuscito a pubblicare il disco reclamato a furor di popolo dai nostalgici post-grunge che vedevano sprecato il talento di Chris Cornell e dai crossoverini orfani di un arringatore come Zakk De LaRocha. Alla notizia dell’ unione definitiva di Cornell e dei tre Ratm a titolo Audioslave mi si è presentato un dubbio atroce: “Non è che adesso questi mi fanno rappare il buon Chris?” E penso che questo legittimo dubbio sia passato nella testa di molti. Per fortuna così non è stato. Tutti si aspettavano molto da questo disco, una sorta di fusione tra crossover e post-grunge, una ventata di novità per rinfrescare un ambiente stagnante. Ad essere sinceri da questo punto di vista il disco è una delusione, ma sotto altri aspetti il debutto degli Audioslave è un bel disco. In soldoni il supergruppo non è altro che una sorta di Soundgarden più heavy, ma neppure troppo. Era lecito aspettarsi di più anche se canzoni come Cochise o Shadow of the sun sono già dei classici, perché ad un Cornell perfetto (anche se un po’ troppo urlatore, ma è il classico pelo nell’uovo) si contrappone un Morello in disparte quasi a nascondersi dietro riffs anche accattivanti, ma pressochè anonimi accennando solo a volte quelle distorsioni, quei feedback e quelle stranezze chitarristiche che sono il suo marchio di fabbrica. E’ questo l’unico punto debole di un disco pressochè perfetto, ma al quale un tocco di originalità in più avrebbe certamente giovato. Peccato perchè se i quattro avessero osato di più poteva essere un capolavoro. Rimane da considerare che questo è il debutto: per i capolavori c’è sempre tempo. ![]()
Songs for the deaf (Auglobe/Relapse)
Chi l'avrebbe detto che dopo la seminale ed irripetibile esperienza dei Kyuss, Josh Homme e Nick Oliveri sarebbero riusciti a partorire un’altra incredibile creatura? Non è più stoner, ma non è punk e non è metal, ma come ha ben detto Mark Lanegan “beccato” da un noto settimanale musicale “no comment it’s only rock’n’roll”! But i like it oserei aggiungere! Ecco la definizione che calza a pennello per il nuovo album dei Qotsa che per l’occasione hanno allestito un supergruppo chiamando a sé nientepopodimeno che Dave Grohl (ex Nirvana, Foo Fighters) dietro le pelli e Mark Lanegan (ex Screaming Trees) a cantare una manciata di canzoni. L’inizio è al fulmicotone. si parte sparatissimi con You think I ain't worth a dollar but i feel like a millionaire e si prosegue con il divertente singolo No one knows, basterebbe già questa accoppiata per parlare di un grande disco, ma poi arrivano Do it again e Songs for the dead e allora si grida al miracolo. E dove meno te lo aspetti i Qotsa ti rifilano una mazzata sui denti che ti lascia a terra privo di sensi: Mosquito song, nessun “frega forte” sulla chitarra scordata, nessuna doppia cassa a manetta, tanto care a certi fracassoni inconcludenti, ma una ballata southern con un break centrale di archi mozzafiato. Per non parlare di Happy, bonus track goliardica, divertente, semplice e geniale allo stesso tempo. I Qotsa non aggiungono nulla alla storia del Rock, ma nella loro “normalità” risultano davvero imprevedibili e geniali.
On fire (Music for Nations)
Le consuete divergenze stilistiche ed i continui contrasti caratteriali tra Mike Amott e Spice portarono, qualche tempo fa, al divorzio tra quest’ultimo e gli Spiritual Beggars. Un duro colpo per il gruppo che perdeva il suo carismatico frontman dopo aver inciso un gran disco come Ad Astra che aveva permesso al combo svedese di uscire dall’anonimità in cui galleggiano moltitudini di gruppi stoner o presunti tali. Rimpiazzato il dimissionario con il misterioso JB, voce dei Grand Magus, i mendicanti spirituali si ripresentano al grande pubblico con un album che non fa altro che confermare lo stato di grazia in cui Amott si trova al momento. Undici pezzi, tutti a firma del barbuto chitarrista, all’insegna di quell’hard rock di stampo settantiano che da sempre ha fatto capolino nei lavori dei Beggars e che ora viene portato in primo piano abbandonando tutte le velleità stoner. Ed il risultato che ne consegue è ottimo. Il nuovo cantante è dotato di una voce potente, ma al tempo stesso melodica che non fa rimpiangere più di tanto il vecchio vocalist e le tastiere (hammond soprattutto), che ormai sono entrate in pianta stabile nel gruppo, infondono una maggiore profondità e quell’atmosfera retrò che ben si confà al suono dei Beggars.
Le canzoni di On Fire sono belle, ma su tutte potrei citarvi la sparatissima opener Street fighting saviour, con tanto di break tribale, l’anthemica Killing Time con il suo space bridge e The lunatic fringe con l'emozionante intro acustica ed il finale che richiama antiche magie pinkfloydiane.
E che dire di Fools Gold il cui riff pare un tributo al break finale della War Pigs di sabbatiana memoria? A mio giudizio il miglior pezzo dell’album.
Un album sicuramente più orecchiabile dei precedenti, sempre caratterizzato da grandi riffs e grandi assoli ma con un tocco in più e che non guasta mai: la melodia. Ascoltate l’assolo di Look Back: da tempo immemore non ascoltavo dell’hard rock così emozionante.
Riferimenti