mercoledì, gennaio 28, 2004, ore 12:43

CLASSIFICHE DI FINE ANNO (3)

Questi sono i dischi migliori del 2003 secondo il mio modesto parere.
(in ordine rigorosamente sparso)
                               
Opeth Damnation

Blur Think Tank

Type O Negative Life is Killing Me

King Diamond The Puppet Master

The Coral Magic & Medicine

 

E questi sono quelli che ho ascoltato di più
(in ordine rigorosamente sparso)

 

Abiogenesi – Abiogenesi

Type O Negative – Life is Killing me

King Diamond – The Puppet Master

Turin Brakes – The Optimist Lp

The Warlocks – Phoenix

Doves – Lost Souls

Opeth – Damnation

Spock’s Beard – Snow

Uriah Heep – Demons and Wizards
The Black – Apocalypsis
VeraJ
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lunedì, gennaio 26, 2004, ore 12:41

OPETH

Damnation (MFN/Audioglobe)

Agli Opeth va dato un gran merito: il death metal progressivo del combo svedese è riuscito ad avvicinare molte persone

ad un genere musicale estremo da molti etichettato come puro rumore privo di tecnica, una tesi purtroppo avvalorata dalla miriade di dischi insulsi che ogni anno invade il mercato.

Una perizia tecnica e compositiva sopraffina ed il gusto per la melodia hanno contraddistinto la carriera artistica dei nostri sin dallo storico esordio Orchid. Da allora è stato un susseguirsi d’uscite discografiche memorabili, fino a questa spiazzante ultima release.
Anche se i cinque ci avevano abituati ad intervalli acustici nelle loro composizioni, fa un certo effetto ascoltarli in una versione unplugged; ci si aspetta di un momento all’altro che la chitarra inizi a macinare riffs su riffs, che il growling ci torturi le orecchie e che gli improvvisi cambi di tempo ci facciano girare la testa in un maelstrom sonoro senza uguali. Ma non è così!
Gli Opeth hanno staccato la spina, c’è poca elettricità in Damnation, non c’è velocità, non c’è rabbia, ma c’è malinconia, c’è riflessione e c’è poesia. Solo in Closure l’elettricità residua sembra lanciare il suo grido disperato, un grido brutalmente ed improvvisamente interrotto quasi che gli Opeth si stessero accorgendo che la canzone sta deragliando verso territori da non esplorare in questo album, creando così un’intensa e cupa incompiuta.
L’anima progressivo-acustica domina incontrastata nelle otto canzoni della dannazione, dove finalmente le tastiere possono tessere tele sonore su cui i magici accordi delle chitarre cullano la calda voce di Mikael Åkerfeldt. Pur uscendo dai territori abitualmente percorsi nel songwriting il suono è tipicamente Opeth con la sezione ritmica in bella evidenza dove il basso di Martin Mendez è spettacolare come al solito.
In My Time Of Need e To Rid The Desease sono due perle, sicuramente ritrovate in uno scrigno appartenuto al Re Cremisi, incastonate in uno scettro tempestato di diamanti. Uno scettro che gli Opeth possono portare con fiero orgoglio.
Damnation è un oscuro viaggio in un mondo ovattato che forse non piacerà ai fan più intransigenti, ma che, senza ombra di dubbio rimarrà una pietra miliare nel suo genere. Speriamo che non rimanga una mosca bianca nella discografia degli Opeth, ma che il seme gettato nella dannazione attecchisca dando i suoi frutti nei prossimi lavori del gruppo.
VeraJ
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giovedì, gennaio 22, 2004, ore 23:16

FOTTUTE OPINIONI

Glen Benton leader dei DEICIDE rispondendo alla domanda di un giornalista su cosa sia veramente maligno nel mondo odierno ha dato la seguente risposta:

 

Questi ragazzi che fondano queste fottute Chiese di Satana; li guardo e penso “Sapete una cosa? Voi ragazzi ci state facendo la peggior fottuta ingiustiza.” Capisci cosa intendo? Perché non mettersi un paio di orecchie di Topolino sulla testa? E lo dico a tutti loro “Lasciate a casa i teatrini. Leggete libri. Se volete combattere Dio e il cristianesimo fatelo con le parole. Le azioni ci fanno sembrare solo stupidi.” Bruciare le chiese e tutte le altre stronzate che arrivano dalla Norvegia. Sono solo dei ragazzini diciassettenni annoiati e ribelli nei confronti di mamma e papà. Che tipo di vita puoi avere in uno posto come la Norvegia? Di cosa puoi parlare in un intervista? “Oh uhh… ho ucciso una renna la notte scorsa. Poi ho spazzolato la carreggiata.”

Molta di quella merda è solo roba di cui vantarsi in un intervista.

 

e a riguardo del Black Metal:

 

Quando esistevano mi piacevano gli Immortal,  erano un buon gruppo. Musicalmente saggi, erano un buon gruppo. Ma molte di queste band, la maggior parte, sono un ammasso di fottuto “metal imbrattato” (Benton usa il termine “blur metal”) come lo chiamo io. Non ci sono basi, non c’è nulla. Ci sono solo martellate sulla batteria e riffs che non hanno alcun senso. E’ solo un “’AR-RAR-RAR-RAR!’ B-L-L-L-L-L! ‘AR-RAR-RAR-RAR- ROWR-RAR-RAR-RAR!’ B-L-L-L-L-L! ‘AR-RAR-RAR-RAR!’” Dai, come puoi ascoltare quella merda?

 

E all’incalzare del giornalista che lo imbecca dicendogli che questo è proprio quello che qualcuno pensa della musica dei Deicide, Benton risponde ridacchiando:

 

Non sono d’accordo, è solo una fottuta opinione ignorante.

VeraJ
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martedì, gennaio 20, 2004, ore 23:19

OKKERVIL RIVER

Down by the river of golden dreams (Jagjaguwar)

 

Il mio pusher di dischi pop mi ha spedito questa recensione che pubblico volentieri.

In un mercato discografico votato all’eccesso, dove le next big thing sono all’ordine del giorno e la

ricerca spasmodica di sonorità cosiddette “nuove” regna sovrana, la concretezza di gruppi come Okkervil River, da Austin (Texas), stampati su etichette rigorosamente indie, quali la Jagjaguwar, appagano tutti coloro che nella musica ricercano soprattutto l’onestà. Importante è premettere che il gruppo americano in esame nulla inventa e nulla toglie al rock, ma l’amore per la musica e la passione presente in ogni nota, fanno sì che gruppi cosiddetti minori, riscuotano più attenzione rispetto a certe uscite strombazzate dalle major. Analizzando così Down by the river of golden dreams, la prima cosa che balza all’occhio, ehm all’orecchio, è la massiccia dose di sonorità prettamente acustiche e a volte cameristiche. L’utilizzo di strumenti al rock non propriamente dediti, quali mellotron, i fiati e corni francesi, creano atmosfere eteree e bucoliche come mai ultimamente mi era capitato di udire. Il singolo di lancio, correlato da un video che mette in evidenza la parte meno malinconica del gruppo e nel quale la stessa band sembra addirittura ironizzare sul pre-concetto musica triste = musicisti tristi, svolge bene la sua funzione di “perfect single song”, mettendo in mostra tutte le qualità del gruppo. Qualità che si evidenziano soprattutto quando la band elargisce senza mezze misure melodie tanto care a gruppi quali i Belle & Sebastian e affini. E’ indiscutibile che la ricerca del ritmo perfetto è per gli Okkervil la meta principale da raggiungere. Ci sono rimandi d’ogni genere da Will Oldham a Bob Dylan, passando per mezzo secolo di musica old-style americana. In alcuni frangenti (For the enemy) la voce segue percorsi simil Smog, mentre il finale del suddetto brano con quei la-la-la gridati a squarciagola, regala emozioni indescrivibili. Il successivo pezzo potrebbe calzare a pennello quale secondo futuro singolo del gruppo: viaggia rotondo, senza imperfezioni ed è proprio in questo caso che se mi avessero giurato la provenienza scozzese (di Glasgow - chiaro no!) degli Okkervil, non avrei di certo battuto ciglio. In altri frangenti il sound si cicatrizza su atmosfere più riflessive, alzando, se ancora ce ne fosse bisogno, il livello del disco. Inutile a questo punto andare oltre l’analisi d’ogni singolo brano. Solo l’ascolto attento e continuo consente, infatti, di notare tutte le sfaccettature di un lavoro non facilmente assimilabile ma che regala, a tutti coloro che non demordono, un tappeto di note verso il cielo.

Simone Minasso
VeraJ
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sabato, gennaio 17, 2004, ore 15:56

LOVECRAFT IN MUSICA

(Parte 3 di 3)

Il discorso, per quanto riguarda i gruppi che compongono musica con un'atmosfera che ben si adatta ai racconti di Lovecraft, è soggettivo. Ognuno può trovare atmosfere adatte nei dischi dei propri gruppi preferiti. Quello che segue è un elenco di alcuni gruppi, che hanno composto canzoni con un’atmosfera malata, oscura, che trasmette angoscia ed un senso del pericolo imminente. Rimane comunque una scelta del tutto personale, con la sua buona dose di omissioni (elencare tutti i gruppi che compongono musica con questa atmosfera è un’impresa ardua).

Tornando alla fine degli anni sessanta troviamo gli High Tide che, con il violino elettrico di Simon House, crearono sonorità che sarebbero sicuramente piaciute ad Erich Zann. Nel primo lp, Sea Shanties con la sua splendida copertina, il suono del violino straziato e torturato si amalgama alla perfezione con la chitarra elettrica e la voce Morrisoniana di Tony Hill evocando orrori di oscure divinità sommerse.

Delittuoso sarebbe non citare gli orrorifici Black Widow con il loro masterpiece Sacrifice, e gli italici Jacula e Antonius Rex con il loro cupo hard rock progressivo ed esoterico.

Fuori dall’ambito hard&heavy si potrebbero citare i Pink Floyd di Ummagumma le cui note psichedeliche potrebbero aprire chissà quali varchi spazio temporali.

Dalle ceneri dei già citati Fields of the Nephilim, che di atmosfere malate se ne intendevano, nascono i Nefilim che con Zoon hanno creato un capolavoro di caos tecnologico che non lascia alcuna speranza di salvezza.

I fondamentali e molto horrorifici Bauhaus raggiusero vette angoscianti che rimangono tutt’oggi ineguagliate; impossibile frenare un brivido lungo la schiena ascoltando Silent Hedges.

E sempre dal filone dark possiamo estrapolare i Sister of Mercy o i Devil Doll.

Da non perdere l’ormai storico Forest of Equilibrium dei Cathedral con sonorità che giungono direttamente dal gorgoglio blasfemo di Yog-Sothoth.

Anche i 3rd & the mortal con le loro atmosfere oniriche, possono eseere un’ideale colonna sonora per un viaggio verso Kadath, mentre la catastroficità apocalittica degli ultimi Saviour Machine ci potrebbe far presagire un’imminente venuta dei Grandi Antichi, così come il monumentale The Divine Comedy dei nostrani Black Jester ci potrebbe accompagnare nella discesa veso l’abisso. Sempre restando in Italia non potremmo trascurare il maestro del dark italico Paul Chain o i The Black e i progressivi Malombra, Presence, Segno del Comando, Abiogenesi e con essi tutto il catalogo della label genovese Black Widow che si presta ad un azzeccato connubio con il solitario di Providence.

Insomma ce n’è per tutti i gusti, tematiche e sonorità diverse caratterizzano questi gruppi, ma comune a tutti è il gusto del mistero e dell’insondabile, che crea nell’ascoltatore quel senso di disagio e d’insicurezza che permea la maggior parte dei racconti lovecraftiani. Potremmo affermare in poche parole che è musica intrisa di Orrore Cosmico. Si potrebbe continuare a lungo, pescando a piene mani dai filoni goth, dark, e black metal, doom e progressive e via dicendo. Esistono molti gruppi poco conosciuti e molto bravi nel creare sonorità di questo tipo, ognuno potrà trovare in questi generi musicali il gruppo che soddisfa le proprie esigenze sonore per poi associare all’immaginario lovecraftiano la musica a lui più congeniale. E’ un viaggio misterioso ed affascinante in cui troverete un ideale sottofondo musicale per trascorrere le vostre nottate più cupe tra le parole di Lovecraft. Il risultato è assicurato.

VeraJ
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giovedì, gennaio 15, 2004, ore 22:51

CLASSIFICHE DI FINE ANNO (2)

I Migliori dischi del 2003 secondo Rockerilla:
10 – Spiritualized Amazing Grace
9 – Cat Power You are free
8 – Jeff Buckley Live at Sin-é
7 – David Sylvian Blemish
6 – The Fire Theft The fire theft
5 – The Rapture Echoes
4 – Kings of Leon Youth & young Manhood
3 – The White Stripes Elephant
2 – Radiohead Hail to the thief
1 – (Miglior disco del 2003) Robert Wyatt Cuckooland
 

e i venti secondo RockOl:

 

20 John Mellencamp Trouble no more

19 Rufus Wainwright Want one
18 Samuele Bersani
Caramella smog
17 Mauro Pagani
Domani
16 Enrico Ruggeri
Gli occhi del musicista
15 The Clash Essential

14 Kings Of Leon Youth & young manhood”

13 Damien Rice O
12 Muse
Absolution
11 Cat Power
You are free
10 Belle & Sebastian
Dear catastrophe waitress
9 Morgan
Le canzoni dell'appartamento
8 Joe Strummer
Streetcore
7 Sodastream
A minor revival
6 Strokes
Room on fire
5 Outkast
Speakerboxx/The love below
4 Ryan Adams
Rock N Roll
3 White Stripes
Elephant
2 Radiohead
Hail to the thie
f
1
(Miglior disco del 2003) Ben Harper Diamonds on the inside

VeraJ
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martedì, gennaio 13, 2004, ore 12:48

CLASSIFICHE DI FINE ANNO (1)

Non seguo mai le classifiche, ma quelle che le riviste di settore pubblicano alla fine dell’anno credo che siano un’utile occasione di confronto tra gli “addetti al settore” ed il pubblico.

Nel primo numero del 2004 del musicale britannico "Q" viene stilata la classifica dei 50 migliori album del 2003:


50 Kylie Minogue, Body language
49 Peaches,
Fatherfucker
48 Calexico,
Feast of wire
47 British Sea Power,
The decline of British Sea Power
46 Ryan Adams,
Rock n roll
45 Audio Bullys,
Ego war
44 Pink,
Try this
43 Fountains Of Wayne,
Welcome interstate managers
42 Bubba Sparxxx,
Deliverance
41 Stereophonics,
You gotta go there to come back
40 Hot Hot Heat,
Make up the breakdown
39 Tom McRae,
Just like blood
38 My Morning Jacket,
It still moves
37 Four Tet,
Rounds
36 Iggy Pop,
Skull ring
35 Goldfrapp,
Black cherry
34 Dandy Warhols,
Welcome to the monkey house
33 Dave Gahan,
Paper monsters
32 Athlete,
Vehicles & animals
31 Black Keys,
Thickfreakness
30 Electric Six,
Fire
29 Beth Gibbons & Rustin' Man,
Out of season
28 Audioslave,
Audioslave
27 Rapture,
Echoes
26 Sleepy Jackson,
Lovers
25 Basement Jaxx,
Kish kash
24 Super Furry Animals,
Phantom power
23 AFI,
Sing the sorrow
22 Zwan, Mary star of the sea
21 Coral,
Magic and medicine
20 Distillers,
Coral fang
19 Roots,
Phrenology
18 Thrills,
So much for the city
17 Sean Paul,
Dutty rock
16 Johnny Cash,
American IV: the man comes around
15 Yeah Yeah Yeahs,
Fever to tell
14 Muse,
Absolution
13 Dizzee Rascal,
Boy in da corner
12 Elbow,
Cast of thousands
11 Radiohead,
Hail to the thief
10 Jane's Addiction,
Strays
9 Darkness,
Permission to land
8 OutKast,
Speakerboxxx/The love below
7 Strokes,
Room on fire
6 50 Cent,
Get rich or die tryin'
5 Justin Timberlake,
Justified
4 Kings Of Leon,
Youth & young manhood
3 Mars Volta, De-loused in the comatorium
2 Blur, Think tank
1 (miglior disco del 2003) White Stripes, Elephant.

 

Questi sono i dieci migliori dischi stoner/psych del 2003 secondo la rubrica Into The Void di Rock Hard:

 

10 Ironboss, Hung like horses
9 Unearthly Trance, Season of seance, science of silence

8 Grand Magus, Monument
7 Nebula,
Atomic ritual
6 The Hidden Hand,
Divine propaganda
5 On Trial,
Blinded by the sun
4 Solace,
13
3 The Sabians, Shiver
2 Seid, Among the monster flowers again
1 (miglior disco del 2003) Dead Meadow, Shivering king and others.



























































VeraJ
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domenica, gennaio 11, 2004, ore 23:16

THE WARLOCKS

Phoenix (Birdman/Mute)

Nel background musicale dei The Warlocks da Los Angeles, California ci devono essere massicce dosi dei Velvet Underground: questo è stato il mio primo pensiero dopo aver ascoltato l’esordio dei nostri.

D’altronde in questa new wave della psichedelia non potrebbe essere altrimenti. I sette di L.A., però, partono dalla lezione del velluto sotterraneo per esplorare il mondo lisergico in modo personale e divertente, anche se non troppo originale. Ascoltando meglio il disco ci ho trovato un po’ di tutto: Blue Cheer, Hawkwind, Grateful Dead, rock, blues, e una spruzzatina di country, il tutto messo a bollire in un calderone fumante.

Questi stregoni pur avendo una formazione atipica, con due batterie (ma ci avevano già pensato i fenomenali Pink Fairies in tempi non sospetti) nulla aggiungono alla storia del rock, se mai ci fosse ancora qualcosa da aggiungere, ma bisogna ammettere che, insieme ai The Darkness e ai The Coral, i The Warlocks sono una boccata d’aria fresca in una scena che al momento sta stagnando in una sorta di sterile autocompiacimento stilistico (leggasi White Stripes, Black Rebel Motorcycle Club, The Strokes). Diciamo subito che quest’esordio è un buon disco con due singoli di grande effetto come Shake the Dope Out e Baby Blue, dai ritornelli facili facili che hanno aperto ai nostri le porte di Mtv, da una The Dope Feels Good che ti si stampa in testa e non ti molla più e di grandi canzoni come Cosmic Letdown con il suo lento incedere ipnotico che sembra giunto dallo spazio profondo.

Molto bella la parte finale di Inside Outside così space oriented da ricordarmi gli Hawkwind con quell’armonica che dona al pezzo una vaga atmosfera, concedetemi il termine, space-country.

Il disco si chiude con lo strumentale Oh Shadie che è anche il pezzo più psichedelico dell’album, tra loop, distorsioni e feedback è un vero e proprio trip allucinogeno degno della miglior scuola acida.

Siamo molto lontani, però, dai trip lisergici di un Ummagumma, la psichedelia dei The Warlocks è una “innocua” psichedelia di maniera e forse anche un po’ ruffiana. Come sicuramente ruffiane sono le voci che indicano il gruppo (il cantante/chitarrista e principale compositore Bobby Hecksher, su tutti) come consumatore indefesso di tutto ciò che sia acido, e si sa le voci messe in giro dalle case discografiche sono attendibili come le bombe di Maurizio Mosca. Che tutto questo “hype” (o farei meglio a dire “dope”) sia un'altra Rock’n’ Roll Swindle?

Comunque sia Phoenix va preso per quello che è: un bel disco rock.

Tutto qui.
VeraJ
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giovedì, gennaio 08, 2004, ore 22:53

TRIBUTO ALLA BLACK WIDOW RECORDS

Premessa: questo non vuole essere uno spot pubblicitario (alla Black Widow non hanno la più pallida idea di chi io sia) ma un piccolo omaggio ad una realtà italiana che, lavorando sodo, sta donando molte soddisfazioni alla musica underground.

Circa dieci anni or sono la mia passione per la musica si scontrava con la misera decade che il distretto militare c’elargiva: stavo facendo il servizio civile. Quelle misere centottantamila lire bastavano a malapena a pagarsi i viaggi in treno, una pizza per levarsi di bocca il sapore di rancido della mensa e quando andava di lusso un disco.

Mi trovavo a Genova. Ero lontano da casa e da buon piemontese bugianen, nelle prime terribili settimane soffrii maledettamente la mancanza della mia terra. Poi quella città per me aliena incominciò a stregarmi, ad ammaliarmi con i suoi stretti carrugi e a stordirmi con la sua splendida vivacità. In poco tempo me ne innamorai.

Conoscevo la Black Widow perché produceva gruppi come Malombra e Il Segno del Comando, ma non immaginavo minimamente che il fulcro di tutto fosse un negozio di Via del Campo (proprio come nella miglior tradizione underground anglosassone, pensai. E mi venne in mente la label indie-pop inglese della Rough Trade). Me lo disse un amico obiettore che condivideva con me la passione per l’hard rock e il progressive a tinte cupe e dal quale estorsi la promessa di portarmi al più presto in quel luogo. Mi accompagnò nella via cantata da De Andrè un tardo pomeriggio, pioveva e dal mare spirava un vento gelido che ti entrava nelle ossa e non ti lasciava più. Ricordo come se fosse oggi il momento in cui entrai in quel piccolo negozio. Rimasi a bocca aperta, come un bambino in un negozio di giocattoli. Ed infatti io ero un bambino e il BW era il più bel negozio di giocattoli che avessi mai visto. Poi i ricordi diventano confusi (ormai ho una certa età). Ricordo le foto appese alle pareti e le copertine di dischi rari far bella mostra di sé e tutto quel vinile che aspettava solo di essere manipolato, osservato e gustato in tutta la sua magnifica e possente presenza (dite quel che volete, ma del fascino emanato dal vecchio e caro disco non se ne trova traccia alcuna nella fredda plastica del supporto digitale, ma questo è un altro discorso). Io me ne stavo lì con tutto quel ben di Dio e con quattro lire in tasca cercando cosa NON comprare. Avessi potuto avrei comprato l’intero negozio. Quel luogo era (ed è) una vera mecca per i collezionisti e per gli amanti del rock a tinte cupe, rischiavo di lasciarci il portafogli oltre che il cuore. Dopo un’ora di certosino “spulciamento” in cui operai scelte a me dolorose acquistai Seals the sense, 45 giri dei Paradise Lost e l’epocale ep Static Magik dei Cathedral. Dopo aver avuto l’imprimatur sulle mie scelte da parte dei simpatici e competenti padroni di casa, uscii promettendo a me stesso di compiere almeno un pellegrinaggio annuale in quel (per me) sacro tempio della musica.

Da allora non ci sono mai più tornato.

Non ci sono scuse che tengano ma la mia pigrizia cronica e la mia idiosincrasia per i viaggi anche brevi hanno contribuito alla mia latitanza verso quel piccolo gioiello di Via Del Campo.

Ma la mia è solo una latitanza fisica, seguo con interesse tutti i movimenti del “dinamico duo” della BW, cosa resa ancor più facile dall’avvento d’internet e devo dire che ne ho ricavato parecchie soddisfazioni.

Ma cosa faranno di così importante questi signori?

Oltre a rendere usufruibili alle nuove generazioni vere pietre miliari ristampando opere di rock progressivo anni settanta di Jacula, Antonius Rex, Black Widow, Agony Bag o proto-doom come i Pentagram, Bram Stoker e Necromandus hanno nella loro scuderia il fior fiore del dark rock in tutte le sue forme, dal prog al doom, dallo space al folk, dell’underground italico e non: Standarte, Abiogenesi, Presence, Northwinds, Akron, Il Segno del Comando, Malombra, The Black, Sad Ministrel, ST37, Cristal Phoenix per fare qualche nome. E poi ci sono le chicche dei tributi, tutt’altro che scontati e fuori da ogni “logica” di mercato, ma prodotti con la passione di chi ama veramente la musica. Perché ci va del coraggio a stampare un tributo come Not of This Earth: un triplo cd con libro. In questi tempi di crisi di vendite è un vero e proprio atto temerario e questa temerarietà andrebbe premiata. E che dire dell’ormai storico …e tu vivrai nel terrore l’omaggio ai film horror, di King of the witches dedicato ai maestri Black Widow o dell’imminente Daze of the underground ringraziamento agli space rockers per eccellenza Hawkwind ?

Si tratta di tribute albums in cui l’omaggio non è limitato al coverizzare i brani già esistenti, ma in molti casi si tratta di vere e proprie riletture (mi viene in mente la stupenda Mary Clark dei Black Widow rifatta in italiano dagli Abiogenesi) o addirittura di brani originali che s’ispirano ai beneficiari del tributo, come accade soprattutto nei due album dedicati al cinema di genere.

Un’altra peculiarità del made in BW è la quasi sempre presente stampa in vinile una vera manna per gli appassionati.

La Black Widow Records è un raro esempio di come si possa lavorare nel mondo della musica con passione nel rispetto dell’artista e dell’acquirente.

Ci devo proprio tornare a Via del Campo, uno di questi giorni.
VeraJ
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Riferimenti

Heracleum blog & web tools