domenica, marzo 28, 2004, ore 23:20

FRANZ FERDINAND

Franz Ferdinand (Domino)

L’ Inghilterra bramava da tempo i propri Strokes.

Sgonfiatosi il pallone del Brit Pop, aver dovuto cedere lo scettro della “nuova” musica alla grande mela faceva prudere i polpastrelli alla stampa inglese.

Intanto in quel di Glasgow quattro baldi giovani che si fanno chiamare Franz Ferdinand iniziano a far parlare di sé. Il passaparola diventa sempre più grande e quando giunge al lungo orecchio della stampa musicale polpastrelli fumanti annunciano al mondo che in Scozia è stata rinvenuta la next big thing della musica rock. Il mondo anglosassone tira un sospiro di sollievo. Ringrazia e coccola i Franz Ferdinand con un battage mediatico di tutto rispetto in modo da creare un’attesa spasmodica per quello che sarà IL debutto discografico del 2004. Altro che Strokes!

E poi, finalmente, il tanto atteso e decantato primo disco dei FF vede la luce. E con una campagna pubblicitaria di tutto rispetto la cosa non può passare di certo inosservata.

Recensioni entusiaste e fior di voti spuntano sulla stampa specializzata: questo sarà sicuramente uno dei dischi dell’anno. Ma qualcuno storce il naso. Se la critica è unanime nell’osannare i FF il pubblico è un po’ meno caldo. Su Internet i giudizi sul gruppo sono più eterogenei, a chi parla di capolavoro si contrappone chi liquida gli scozzesi come dei noiosi ruffiani che hanno pubblicato l’ennesima bufala discografica.

Il “problema” di un disco come quello dei FF è tutto nell’attesa che stampa e mass media hanno creato ad arte. Si parlava di capolavoro ancor prima che il disco uscisse e il tutto veniva presentato come un evento epocale, una rivoluzione, un chissà che! E poi, quando abbiamo avuto fra le mani questo pezzo di plastica, ci siamo ritrovati con un (gran) bel disco. Stop. Nulla di epocale, non è un altro album bianco dei Beatles o un altro Nevermind. Ecco cosa capita quando si gioca troppo sull’attesa e si sparano dichiarazioni (più o meno mirate) roboanti per creare il fenomeno. Uno si aspetta un Botticelli e poi si trova a fare i conti con un Pinturicchio (perdonatemi il paragone artistico/calcistico), che è pur un magnifico artista, ma è decisamente inferiore al maestro. Per la musica bisogna fidarsi solo delle proprie orecchie.

VeraJ
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giovedì, marzo 25, 2004, ore 12:50

AMERICA'S SWEETHEART

Courtney Love continua a far parlare di sé più per le sue relazioni pubbliche che per la sua musica.

Nell’ottobre scorso dopo essere stata arrestata a Los Angeles per aver cercato di irrompere nell’abitazione di un suo ex fidanzato, la polizia trovò nel suo appartamento, durante una perquisizione, ingenti quantitativi di farmaci antidolorifici. La Love è tata così incriminata per detenzione di medicinali stupefacenti e l’udienza preliminare è stata fissata per il 15 aprile. La nostra Courtney invece di starsene tranquilla nell’attesa del processo ha pensato bene di movimentare le sue serate. Invitata al “Late Show” di David Letterman la rocker ha pensato bene di mostrare in diretta, e in più riprese, il seno al conduttore abbassandosi la maglietta. Più tardi, la sera stessa, in un locale di Manhattan, Courtney è stata arrestata per aver ferito alla testa un ragazzo di ventiquattro anni colpendolo con l’asta del microfono. La Love dovrà rispondere alle accuse di condotta pericolosa e assalto di terzo grado.

Un bel peperino, non c’è che dire!
VeraJ
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venerdì, marzo 19, 2004, ore 12:52

EVANESCENCE

Fallen (Epic/Sony)

Quello che più mi è rimasto impresso di questo disco è Amy Lee, la cantante. Non per la voce, che trovo a tratti fastidiosa e sopra le righe (roba del tipo: adesso vi faccio vedere io cosa vuol dire cantare, che sortisce nell’uditore esattamente l’effetto opposto), ma perché, diciamolo, quando non si veste da Morticia Addams è un tipino carino carino. Tenendo a bada gli ormoni, del disco non rimane granchè da dire. I tre singoli pop-dark-nu metal (ma nu sta per nettezza urbana?) (Going Under, Bring Me To Life, My Immortal) sono azzeccati e sono gli unici a rimanere impressi per qualche tempo nella memoria dell’ascoltatore, ma il resto scivola via come il Tomba dei tempi migliori.

E pensare che ho ascoltato questo disco parecchie volte, ma sempre con la stessa sensazione, ad ascolto avvenuto, di aver rubato tempo prezioso alle mie orecchie.

Sarò troppo smaliziato? Che è un modo gentile per dire che ho una certa età ed ormai certe cose non mi entusiasmano più come un tempo. Macché, se riesco ad esaltarmi per i Darkness!

Almeno i figli illegittimi dei Queen hanno grinta da vendere, questo Fallen sa di compitino fatto benino con qualche chitarrona, neanche troppo arrabbiata, qualche arrangiamento orchestrale che fa tanto Phil Spector e una spruzzatina di coro gotico per avere tutti gli stereotipi del genere a portata di mano. La cosa mi sa un po’ di finto, di studiato a tavolino per cavalcare questo goth hype imperante. Qualcuno ci riesce bene (vedi sotto), altri come gli Evanescence, no.

Preferisco decisamente i nostrani Lacuna Coil, (Cristina Scabbia popola i miei sogni notturni da qualche tempo e spero vivamente in un prossimo incontro/scontro fra le due cantanti), anche se anch’essi non mi fanno battere testate contro il muro dalla gioia.

Di tempo ne ho già perso fin troppo.

VeraJ
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mercoledì, marzo 10, 2004, ore 12:39

MY DYING BRIDE

Songs Of Darkness, Words Of Light (Peaceville)

La Sposa Morente è tornata. E con sé porta la sua eterna agonia. Non c’è luce nella sua musica e non c’è gioia nel suo canto.

E se la speranza tenta di affiorare dal nero mare della disperazione, viene subito risucchiata da un maelstrom di rabbia.

La sposa continua nel suo tormentato viaggio anelando quella redenzione che, col passare degli anni, risulta essere sempre più lontana ed irraggiungibile e, nella sua consapevolezza, la rabbia anziché placarsi nella rassegnazione si dilata e ne avvelena il cuore.

Ella non conosce pudore, l’impero dei suoi desideri ci farà bruciare, nel suo sudicio nome ci farà strisciare e alla fine nel suo volto vedremo il nostro assassino.

La sposa apre le sue scheletriche braccia e ci invita a danzare al suono di canzoni d’oscurità. Le sue gelide dita sulla pelle sono come chiodi che trafiggono le carni. E le sue parole di luce ci tormentano l’anima mentre ci conduce in una danza dentro un castello fatto di tenebra, in cui si aggirano i fantasmi di sentimenti perduti.

Nei suoi occhi scuri e nel suo abbraccio gelido nulla vive se non la rovina ed il suo amore morente prega in vano di sopravvivere in cerca di un aiuto che non possiamo dargli.

Chi ama la Sposa Morente può tornare a giacere con lei senza indugio alcuno.

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Ogni uscita dei MDB è un diamante. Questo è un dato di fatto. E non lo dico da estimatore del gruppo, lo dico da appassionato di musica che si è fatto le ossa ascoltando di tutto, dai capolavori alla pura immondizia, e di tutti i generi, dalla dance music al black metal. Il mio giudizio sui MDB è rimasto immutato sin dal loro primo disco, quel meraviglioso As The Flowers Withers (1992), uno dei dischi più angoscianti che mi sia capitato d’ascoltare, passando per il monumentale e funereo Turn Loose The Swans (1993), allo shock gotico di The Angel And The Dark River (1995) e Like Gods Of The Sun (1996), al nerissimo e geniale 34.788%... Complete (1998), all’apocalittico The Light At The End OF The World (1999), e al ritorno alle origini di The Dreadful Hours (2001), fino a giungere a Songs Of Darkness, Words Of Light dodici anni dopo.

Otto perle di oscura bellezza.

Otto dischi (senza contare il live, gli ep e le raccolte) figli di cambi stilistici e di formazione: è stato doloroso per me l’abbandono del violino di Martin Powell, una ferita che non si potrà mai rimarginare perché le note malinconiche e struggenti, ma anche angoscianti che il suo strumento creava, erano qualcosa di unico in una musica estrema come quella dei MDB. Dischi coraggiosi in momenti in cui i gruppi con cui i MDB erano cresciuti abbandonavano il sentiero impervio del Doom per rifugiarsi in quello più comodo del Gothic Rock (Paradise Lost e Anathema) ed il pubblico sembrava aver perso l’interesse per la musica del destino relegando la sposa nella sua solitaria alcova. Ora la stampa specializzata li osanna e li definisce i padrini del Doom, la stessa stampa che di fronte al disco di debutto storceva il naso o li stroncava all’uscita di 34.788%... Complete (a mio giudizio uno dei dischi più belli).

Ma è storia vecchia, non stiamo a crogiolare sull’elasticità artistica di certa stampa.

Ora i MDB ricevono lodi sperticate e fior di votoni nelle recensioni per un disco che non è assolutamente il migliore nella loro discografia. Songs Of Darkness, Words Of Light è un disco bello e monumentale, è il disco che ti aspetti dai MDB, ma è proprio questo il suo piccolo difetto. Il combo britannico ci aveva ben abituato a dischi mai uguali pur mantenendo le proprie peculiarità stilistiche; dal death/doom degli esordi al gothic metal a fasi più sperimentali e quasi elettroniche, al connubio di doom e gothic degli ultimi lavori.

Questa nuova fatica è una summa di tutto il percorso artistico di Staintorpe e soci. Una catacombale miscela di doom, death e gothic che ci riporta sì indietro nel tempo, ma con i piedi ben saldi nel presente.

Finalmente le tastiere sono pìù evidenti (lontani però da 34.788%... Complete), anche se non abbastanza, a mio avviso, e non si limitano a dare profondità alle composizioni, ma ne sono parte integrante. La voce di Aaron calda, profonda e leggermente nasale, col passare del tempo diventa sempre più bella, capace di passare dal canto melodico al growling con una facilità disarmante (dal vivo è incredibile) e riesce letteralmente a dare vita alle parole che canta. Una prova decisamente superba.

Songs Of Darkness, Words Of Light è un (grande) disco di transizione, un passaggio dalla fase retrò di The Dreadful Hours ad una, spero, nuova era della Sposa Morente.

VeraJ
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mercoledì, marzo 03, 2004, ore 13:22

PROBOT

Probot (Southern Lord)

Gli album tributo di solito sono delle solenni fregature, a parte qualche eccezione, come i due Nativity in Black dedicati ai Black Sabbath o quelli della Black Widow di cui ho parlato ampiamente qui.

Anche Probot è un’eccezione.

Dave Grohl batterista dei Nirvana e deus ex-machina dei Foo Figthers, nonché immerso in svariati progetti come i Queens of the Stone Age, da ragazzino era un fanatico di Heavy Metal. Il genere all’epoca, siamo nella metà degli anni ottanta, sta vivendo la sua età dell’oro; gruppi come Iron Maiden, Venom, Motorhead, D.r.i., Slayer, Metallica, Megadeth, Anthrax e Testament hanno appena pubblicato o stanno per pubblicare album che sono entrati nella storia della musica dura e lo sbarbatello Dave agita il capoccione ascoltando i dischi dei suoi gruppi preferiti.

Sono passati quasi vent’anni, il ragazzino è cresciuto, ha avuto successo come musicista e da fan è diventato una rock star. Ma non ha scordato il suo passato ed i gruppi che da ragazzino lo hanno fatto sognare. Così è nato il progetto Probot. Dave avrebbe potuto prendere i classici, riarrangiarli, suonarli e magari cantarli proponendoci l’ennesimo scontato tributo. Per fortuna non è stato così.

Nel tempo libero il chitarrista/batterista ha scritto una manciata di riffs ispirati ai suoi gruppi più cari, ne ha poi contattato i cantanti ed i riff sono diventati vere e proprie canzoni cantate dai suoi idoli. Nessuna cover, tutti brani originali cantati da veri e propri monumenti del panorama heavy. Ed il bello è che ogni singola canzone sembra appartenere al gruppo cui è dedicata.

Probot parte in picchiata con Centuries of Sin cantata da un acido e rabbioso Cronos dei Venom che ci fa tornare di colpo all’epoca di Black Metal. A parte un leggero abbassamento del timbro gli anni sembrano non passare per il rosso crinito inglese. A seguire troviamo Red War, canzone cantata da un Max Cavalera (ex Sepultura ora Soulfly) in gran forma e che sembra estratta direttamente da Chaos A.D. E’ poi il turno di Lemmy nella motorheadiana Shake Your Blood. Mike Dean dei Corrosion of Conformity e Kurt Brecht degli storici D.R.I rappresentato la parti più punk-hardcore del disco con le rispettive Access Babylon e Silent Spring. Forse in questi due episodi l’album cade un po’ di tono, ma si risolleva immediatamente con la monumentale Ice Cold Man cantata da un sempre grande Lee Dorrian; un sulfureo pezzo doom che sembra fuoriuscito dai primi due storici dischi dei Cathedral. Mentre quella leggenda vivente di Wino (Saint Vitus, The Obsessed, Spirit Caravan, The Hidden Hand) e la sua chitarra impreziosiscono The Emerald Law uno dei migliori pezzi dell’album. Si rifà vivo anche Tom G. Warrior (Celtic Frost) nell’acida Big Sky, mentre in Dictatorsaurus compare Snake dei Voivod. La bella voce di Eric Wagner dei mai dimenticati Trouble cristallizza My Tortured Soul: canzone decisamente sopra la media, insieme a The Emerald Law la mia preferita.

A chiudere la satanica ugola di King Diamond ci dona una Sweet Dreams che sembra uscita direttamente dagli incubi del folle singer danese.

L’unica critica negativa che si può fare a questo disco è la quasi totale mancanza di assolo, ma se si pensa che Grohl ha suonato tutti gli strumenti e che non è che sia un fenomeno alla chitarra (come batterista è decisamente più valido) possiamo dire che se l’è cavata egregiamente.

Questo disco non sarà un capolavoro e mancherà di originalità, ma ha un pregio non comune ad altre operazioni di questo genere: riesce ad evocare perfettamente lo spirito di un epoca che non c’è più. Dona quel piacevole senso di Deja Vù a chi ha vissuto i fasti dell’heavy metal facendo venir voglia di riascoltare i vecchi dischi. E forse il richiamo suscitato dal nome di Grohl riuscirà a far avvicinare i neofiti a questi capolavori.

E bravo Dave!
VeraJ
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