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7 di Atanasio Eriberto Sgretoloni
Sono solo. Nell’ufficio dove lavoro sono solo, pur lavorando insieme con altre dieci persone.
Guardando poca televisione sono escluso dalla maggior parte delle conversazioni. Evitando come la peste i blockbuster hollywoodiani (qui ci si esalta per ciofeche immonde in stile Troy) e cercando l’ultimo Kitano (Kitano chi???) vedo precludere qualsiasi discussione. Dei libri non parliamo, chi legge (pochi) al massimo legge Grisham, una volta ho detto che mi piacciono i fumetti e mi sono sentito apostrofare con un ma alla tua età leggi ancora i fumetti? Tutto ciò è molto frustrante. Per fortuna che, da appassionato moderato di calcio, tra campionato e Champions League qualche parola con qualcuno riesco ancora a farla. Se si parla di politica o d’attualità è ancora peggio. Ho il brutto vizio di leggere molto e di tutto e, soprattutto cerco di farmi un’idea personale, il più delle volte non allineata. E anche qui si sprecano gli aggettivi: disfattista, anarchico, dietrologo, complottista ecc. ecc. Non mi piacciono neppure le macchine, fate voi. Ogni tanto si parla di gnocca, ma al parlare preferisco altro. J
Qualche volenteroso mi chiede di prestargli un film o un libro, ma lo fa una volta sola e poi se ne guarda bene dal ripetere l’errore. Ma che film pallosi che guardi, ‘sto film faceva schifo era troppo violento.
La musica ed io. Note, situazioni e persone che incrociano l’esistenza di VeraJ
I casi della vita.
Compri un giornale musicale e leggi la recensione di un gruppo rock che ha pubblicato un bel disco. Ti segni gruppo e titolo dell’album nella lista della spesa. Poi vieni a scoprire che il gruppo è stato partorito dalla tua cittadina di trentamila abitanti dispersa nella campagna cuneese. Tutti i giornali specializzati ne parlano bene, ci sono anche elogi per le loro prestazioni dal vivo, con la partecipazione al Neapolis Festival. Perbacco! Gonfio d’orgoglio campanilistico, stramazzi al suolo quando leggendo un’altra rivista musicale trovi l’intervista al suddetto gruppo e nella foto annessa vedi il faccione del tuo vicino di casa.
Prossimo obiettivo: acquisto del disco e placcaggio del sopra citato chitarrista per strappargli due parole da buttare su Silverfish.
Il gruppo si chiama Mirsie e il loro ultimo lavoro s’intitola El Santo
Intanto se volete farvi un’idea www.mirsie.com
Life is full of wonder!
6 di Atanasio Eriberto SgretoloniQuesto è uno sfogo dettato dalla collera. Una collera indotta da un cubo di mattoni e cemento a quattro stelle, sorto dove una volta si potevano ammirare le Alpi Cozie con il Monviso a svettare su tutte.
I tramonti rosso fuoco dietro quelle vette rimarranno solo un ricordo.
Torino 2006. L’aveva detto lo Sgretoloni.
Ricordatevelo, segnatevelo su un post it e appiccicatelo da qualche parte, in un angolino.
Girare in auto a Torino è divenuta una vera missione impossibile. La città sembra un’enorme fetta di gruviera. Ci sono zone che sembrano siano state devastate da un bombardamento aereo. Ci sono cantieri apocalittici e rotatorie gigantesche che prendono forma all’improvviso, come anomali crop circles.
Sapete cosa mi spaventa? Gli automobilisti non sono più incazzati, sono rassegnati.
E a Torino un automobilista che non s’incazza dopo due ore di coda e che non consuma il clacson se non parti un secondo prima che scatti il verde è come se avessero tolto le nocciole dal gianduia. Fa pena.
Tra palasport, palaghiaccio, case Italia, villaggi olimpici il torinese si domanda: a chi giova tutto ciò?
E il valligiano che d’improvviso si trova una montagna sventrata per far posto ad una nuova e futuristica pista da bob o ad un mega trampolino per il salto con gli sci si domanda: a chi giova tutto ciò? All’immagine del Piemonte nel mondo, risponde chi di dovere. Ah! Ma allora tutto questo è un’opera di volontariato, come la Caritas!
Qualcuno osa addirittura chiedere cosa se ne farà un piccolo comune di una roba del genere una volta terminate le Olimpiadi, ma è uno sporco disfattista e non è degno di considerazione.
Intanto ad una settantina di chilometri di distanza dai luoghi, olimpici raggiungibili armandosi di una buona dose di pazienza e di benzina, spuntano enormi alberghi a quattro stelle, agriturismo e bed & breakfast e il tutto con i fondi olimpici, ma che sanno ben poco d’olimpico.
Si stanno sventrando le montagne e cosa esce? Amianto e materiale radioattivo vario. E se gli scavi s’interrompono per evitare guai sanitari alle popolazioni residenti cosa succede? Che le popolazioni residenti s’incazzano perché i giochi (e i soldi) non passeranno più di lì. Ci meritiamo tutto il male che ci facciamo.
Nel 2007 o 2008 al massimo, quando usciranno come per magia gli scandali, le tangenti i disastri ambientali e le opere inutili, quel post it slabbrato e polveroso farà capolino.
Ascoltando:
Very 'Eavy Very 'Umble degli Uriah Heep

Il disco d’esordio degli Uriah Heep Very ‘Eavy Very ‘Umble venne pubblicato nel giugno del 1970 e non venne accolto
molto calorosamente dalla stampa specializzata. Anzi. Album ordinario e noioso, riffs rubati a ben più affermate rock band come Led Zeppelin, Cream, Deep Purple, Who, musica da mal di testa. Queste erano le perle che impreziosivano le recensioni dei critici musicali. Melissa Mills, recensore per Rolling Stone fece addirittura esordire il suo pezzo con la seguente frase: se questo gruppo avrà successo, mi suiciderò.
La canzone iniziale del disco, quella Gypsy che è ormai entrata nella leggenda, si basa su un riff di chitarra che ha fatto la storia del rock. Dagli accordi di Mick Box, come da quelli di Jimmy Page e Ritchie Blackmore, migliaia di ragazzini impugneranno una chitarra elettrica e macineranno chilometri di note sfociando più tardi nella New Wave Of British Heavy Metal partorendo così l’heavy metal moderno. E ancora oggi quel riff di Gypsy lo possiamo sentire, rielaborato, trasfigurato, reincarnato in chissà quante altre canzoni di rock duro. Basterebbe questo per fare di Very ‘Eavy un disco imprescindibile, ma non è finita. A parte la chitarra del già citato Mick e del suo caratteristico e originale utilizzo del wha wha, come si può ben notare in I’ll Keep On Trying, la formazione poteva vantare una potentissima sezione ritmica (Dreammare è un vero anthem da concerto sotto questo punto di vista) composta da Ollie Olson alla batteria e Paul Newton al basso, le tastiere di un virtuoso come Ken Hensley (l’assolo centrale di Gypsy ne è un fulgido esempio), ma soprattutto la voce fuoriclasse di David Byron. Una voce inarrivabile, potente e a tratti isterica, capace di inaspettata dolcezza (Melinda), in grado di spaziare dal rock, al blues, alla ballata con una semplicità disarmante.
I cori sono il vero marchio di fabbrica degli Uriah Heep, l’utilizzo del falsetto e di diverse tonalità su cui sovrasta la voce di Byron riesce a creare un’atmosfera epica, quasi mistica, rendendo ancor più enfatiche le composizioni.
Ascoltando: The Stone Roses
Ricevo e pubblico volentieri i pensieri del Simo a riguardo di uno dei suoi ascolti più recenti.

La più grande lacuna che il sottoscritto si è portato appresso fino a poco tempo fa, cioè fino alla data del proprio ventottesimo compleanno, è stata quella di non aver mai acquistato e tanto meno ascoltato l'esordio discografico degli Stone Roses. Questa lacuna è stata finalmente superata al compimento dei vent’otto anni d’età. Meglio tardi che mai, qualcuno di voi insinuerà beatamente, ma così è. Rimane il fatto che non solo il dischetto si è rivelato un’autentica pietra miliare per un certo pop sound targato UK, ma la preziosità dello stesso ha avuto maggior risalto proprio essendo un regalo fatto da una persona alla quale devo aver fatto proprio pena, io, assiduo frequentatore della musica britannica in toto, senza la stella polare dell'esordio del gruppo di Ian Brown. Questo contorto giro di parole per affermare che “meglio tardi che mai ” le mie orecchie hanno finalmente potuto udire tale e tanta magnificenza. Il disco parte in sordina, piano piano cominci ad udire suoni, quasi come se sotto l'oceano avessi trovato un tesoro e solo arrivando a galla ne capissi il vero valore. I Wanna Be Adored spacca e di brutto. La voce circolare e quel riff mai così azzeccato sembrano non bastare mai, sono una droga che ti perseguita per giorni e giorni. Un bel disco si sa, deve avere una caratteristica. Quella di tornare a casa, anche dopo una giornataccia, con la voglia di metterlo su, senza remore. E qui siamo davvero in questo particolare limbo. Si apre la porta di casa, si salutano i presenti e si vola verso lo stereo. Da qui in poi è tutto un crescendo. Non esistono riempitivi come invece capita sempre più di frequente negli odierni dischetti. Sono tutti potenziali singoli, ritornelli così orecchiabili e allo stesso modo complessi da far sbiancare l’ascoltatore. Una sorta d’incrocio bastardo tra coretti beatlesiani ed un certo proprio mood, dove si possono notare le più svariate influenze. Si naviga dal puro rock’n’roll (come definire i cinque minuti finali di I’m The Resurrection?) a intuizioni tutt’ora attuali (un pezzo come Waterfall farebbe invidia a qualsiasi gruppo cool odiernoi). Coesistono le cosiddette perfect pop song (Made Of Stone, Bye Bye Badman) all’avanguardia (Don’t Stop). Non c’è limite al bello e così anche una ballata malinconica chitarra-voce di un solo minuto, garantisce un certo equilibrio, forse proprio perché non la si aspettava. Insomma, per chi già lo conosce, una bella risata di scherno nei miei confronti. Per chi invece, come me, aveva il sentore che l’esordio degli Stone Roses fosse essenziale, senza comunque averlo mai udito, la conferma della verità di questo presupposto, col consiglio di trovarlo al più presto. Ora sono io a fami beffe di voi: non penso siano in molti ad averlo ricevuto in regalo. Uno pari?
Simo
5 di Atanasio Eriberto SgretoloniI dubbi e le certezze di Atanasio
Ebbene sì. Hanno oscurato Indymedia. (http://italy.indymedia.org/index.php)
Gli inquirenti americani, su sollecitazioni arrivate dall’Italia e, a quanto pare, dalla Svizzera, hanno messo sotto inchiesta il sito e perciò l’hanno chiuso. Il tutto per certe dichiarazioni offensive sui soldati italiani impegnati in Iraq.
Il grido di cosa buona e giusta si solleva da Alleanza Nazionale che gongola felice.
A quando i roghi dei libri in piazza e il ripristino dell’Olio di Ricino?
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E’ ricominciata l’invasione dei calendari colmi di tette e culi. Come se non bastasse a questi si aggiungono gli alternativi del calendario: casalinghe, impiegati, nonne, squadre di calcio, basket, pallavolo, cani, gatti e chi più ne ha più ne metta. Chi per fare soldi, chi per beneficenza.
Comunque sia, hanno rotto le palle. Tutti quanti.
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Elio E Le Storie Tese sono gli ultimi aggregati a una carovana di musicisti che si dilettano a fare gli scrittori, carovana che annovera gente del calibro di Guccini, Vecchioni, Ligabue e Capossela.
Siamo un paese libero, ognuno può fare quel che vuole (più o meno), nulla vieta a questi signori di scrivere un libro. Magari è pure ben scritto, forse non da loro, ma è ben scritto.
Mi chiedo però se Ligabue non fosse un cantante, ma un anonimo impiegato, quel libro l’avrebbero pubblicato ugualmente? Secondo me la casa editrice non avrebbe neppure aperto la busta col manoscritto.
La musica ed io. Note, situazioni e persone che incrociano l’esistenza di VeraJ
Una calda domenica pomeriggio di metà settembre.
Al centro d’aggregazione di fronte a casa mia c’è un concerto. Come al solito sono gruppi composti da ragazzini che si cimentano con le cover dei loro cantanti preferiti. Dal terrazzo non li posso vedere, ma li posso sentire bene.
Qualcuno suona maluccio, con gli strumenti che vagano ognuno per la propria strada, qualcun altro non è malaccio;
peccato per il cantante che si crede l’erede di Iggy Pop e invece sembra una cornacchia isterica. Qualcuno suona
bene. Quando un gruppo di cui non ho la più pallida idea di che nome abbia attacca con la cover di Paranoid ho un
sussulto. Perfetta! Strumenti accordati, feeling tra le parti, un cantante dalla buona intonazione (e pronuncia), in certi
passaggi la sua voce assomiglia a quella di Ozzy. Intercala addirittura il testo con i caratteristici caman del madman. Bravi. E intanto penso che quei ragazzini stanno suonando un pezzo che poco manca ad avere il doppio della loro età. E mi fa piacere che le canzoni della mia adolescenza siano anche le canzoni degli adolescenti d’oggi. Mentre mi crogiolo in questi pensieri la canzone finisce. Il cantante ringrazia e gli accordi della chitarra iniziano un nuovo pezzo.
Questi accordi, no, non è possibile.
Il dubbio diviene certezza quando il cantante intona: --Ho messo via un po’ di cose……
Ma no! Che schifo! Non potete fare Paranoid come degli invasati e subito dopo piagnucolare un Ligabue!
E’ peggio che servire del vino rosso con il pesce.
Che tristezza, maledetta globalizzazione!
Rientro in casa, sconsolato. Le nuove generazioni sono una continua fonte di delusione, meglio uscire a fare due passi.
E poi una vocina. Poco più che un sussurro, ma con parole vergate nel fuoco.
Ma non eri tu la persona che cantava a squarciagola Ho Messo Via, in piena sbornia, tutte le volte che una fiamma amorosa si spegneva? Ti sei pure comprato il cd.
E poi non sei tu quello che passa con disinvoltura dai Nomadi agli Obituary?
Esco di casa mestamente, con il peso di un ingombrante fardello.
Brutta bestia la coscienza.
Riferimenti