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Prendete un hippy, mettetelo insieme ad un fanatico dei Black Sabbath e al figlio illegittimo di Beck, spruzzate il tutto con un briciolo di funky, un pizzico di garage psichedelico, lasciate riposare all’ombra dei Pink Floyd ed otterrete i Black Mountain. L’esordio del quintetto canadese è ormai vecchio di un anno, ma a causa della scarsa promozione all’epoca della sua uscita la casa discografica ha pensato bene di ristamparlo e di tributargli la giusta distribuzione. Ecco così giungere alle nostre orecchie questo piccolo gioiello che entra di diritto nella lista dei migliori album dell’anno anche se con un anno di ritardo. Il manifesto del quintetto canadese è spiegato a chiare lettere nel testo di Modern Music che apre l’album: We don’t like your modern music, we feel afflicted. Anche se gli ingredienti mescolati dai BM sono ricoperti da una patina di muffa e possono sembrare troppo eterogenei per miscelarsi alla perfezione senza formare grumi indigesti, ciò non accade. Un gusto melodico accattivante ma non banale incastonato in un songwriting solido senza orpelli o inconcludenti voli pindarici sonori riesce a disegnare alla perfezione questo delicato ma intenso mosaico multicolore e multiforme. Possiamo soffermarci sulla già citata Modern Music che sembra uscita dalle sessioni di Sexxlaws di Beck con tanto di sax impazzito o sulla successiva Don’t Run Your Heart Around con riffone Sabbathiano per poi fare una brusca inversione a u per gettarsi a capofitto nell’acida Druganaut o fluttuare in No Satisfaction che non sfigurerebbe al cospetto degli ultimi Low, come anche il delicato blues di Set Us Free o il capolavoro del disco  una No Hits di pinkfloydiana memoria (quelli più notturni di Animals) sorta di oscuro ed ipnotico mantra spaziale dal delirante finale. E ballate? Certo basta chiedere, ed ecco comparire come per incanto l’atipica Heart Of Snow. A concludere troviamo la funambolica Faulty Times che è una summa di tutto ciò che i BM sanno fare e che non è poco.

Un disco spiazzante e piacevolmente retrò.

 

 

 

 

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Postato da VeraJ alle 12:41 di martedì, novembre 29, 2005
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La vita uccide. Perché è fatta di sofferenza. Non bastano i pochi attimi in cui si crede d’essere felici, perché la felicità non è che un istante. Tutto il resto è dolore. Il dolore ti rimane dentro come un cancro incurabile. Si aggrappa al cuore e lo stringe facendolo sanguinare per ricordarci che lui è lì, sempre presente, anche quando sembra che se ne sia andato definitivamente. E se ci coglie impreparati provoca danni a volte irreparabili. Per questo è meglio essere consapevoli del fatto che la vita è terribile e crudele, per non essere colti di sorpresa in modo da poter arginare l’angoscia e renderla (forse) più sopportabile. Se poi si vuole sognare credendo che l’amore vince sempre e cancella tutte le sofferenze e se si vuole credere che non siamo solo un ammasso d’ossa, viscere, carne e pelle, siamo liberissimi di farlo. Ma non lamentiamoci quando il peso insostenibile dell’atroce realtà ci starà schiacciando: i Type 0 Negative ci avevano avvertito.

 

 

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Postato da VeraJ alle 12:39 di lunedì, novembre 21, 2005
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Sono il burattino, infila la mano dentro di me e dammi le movenze delle tue dita. Sono la marionetta, agita i fili per darmi l’alito di vita. Sono il giullare che allieta la corte, il pagliaccio dal sorriso triste che diverte i bambini. Ballo sulle corde del pianoforte e salto al ritmo frenetico della batteria. Canto canzoni che sono novelle a volte tristi, a volte allegre. Canto per chiunque mi voglia ascoltare e anche per chi non lo vuole. Sono il lunatico dallo sguardo torvo che agita pensieri surreali e li sputa su parole senza forma. Sono la pantomima dadaista che prosciuga i colori dell’arcobaleno riducendolo a sfumature di grigio. Sono il plausibile assurdo che tutto dice e tutto nega. Sono l’ ossimoro che striscia su note mute. Sono la bambola monca priva di un occhio che giace in una tetra soffitta scrutando le tenebre col suo ghigno beffardo e sussurro parole sconnesse nelle vostre orecchie. Sta a voi carpirne il significato. Sempre che esso esista.

 

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Postato da VeraJ alle 13:33 di mercoledì, novembre 16, 2005
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Sono rimasto folgorato sulla Via di Damasco della critica rock.
Conoscevo Lester Bangs di fama, ma non avevo mai letto nulla di suo finché non è giunto in Italia il fondamentale Guida Ragionevole Al Frastuono Più Atroce (che titolo, signori!) ovvero una raccolta dei suoi articoli/recensioni scritti negli anni settanta e all’inizio degli ottanta per riviste come Rolling Stone, Creem, New Musical Express e Village Voice più una manciata di appunti sparsi.
A prescindere dal fatto che Bangs scriveva dannatamente bene, è stato giustamente definito come uno scrittore travestito da critico rock, che quando era preda di qualche pasticca la sua mente volava insieme alla sua penna in territori di difficile comprensione e che non mi sarei mai fidato di una sua recensione per comprare un disco, (filosofie estetiche troppo differenti le nostre, caro Lester), ciò che mi ha folgorato è stata la sua ATTITUDINE. Lester Bangs era un giornalista che non guardava in faccia nessuno, solo se stesso e i proprio gusti. E neppure di fronte alle rock star abbassava lo sguardo per scrivere una marchetta e a tal proposito i pezzi su Lou Reed sono a dir poco spettacolari. La sua perenne battaglia con lo star system, i rockers diventati dei bambini viziati smarrendo la giusta visione delle cose e soprattutto il rispetto verso chi li ha innalzati a quello stato privilegiato: il pubblico. Il coraggio di saper mandare a fare in culo una stella della musica o semplicemente dire a chiare lettere che un disco fa cagare senza fare alcun distinguo tra i Led Zeppelin o l’ultimo dei gruppetti più sfigati. Bisogna avere le palle e Lester le aveva, eccome! Chi al giorno d’oggi oserebbe tanto? Lo immagino mentre sta sghignazzando chissà dove e scuotendo il capo mormorare: ragazzo mio, ma cosa te ne frega, tanto sono tutte stronzate è solo del fottuto rock and roll. E probabilmente avrebbe ragione.
Per questo quaggiù abbiamo ancora tanto bisogno di te, caro Lester.
Anche solo per poter ridimensionare le cose…
--
Lester Bangs
Guida Ragionevole Al Frastuono Più Atroce
Minimum Fax
Euro 16,50

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Postato da VeraJ alle 12:01 di domenica, novembre 13, 2005
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A bocce ferme.....
La vicenda di Lapo Elkann mi ha fatto riflettere.
A prescindere dal mero sciacallaggio del Vespa nazionale che ha addirittura avuto il coraggio di telefonare il giorno stesso del ricovero ad Alain Elkann, padre di Lapo, per chiedergli se se la sentiva di raccontare la storia del figlio a Porta A Porta. Suscitandone così la reazione indignata: mi vergogno di essere italiano, ha dischiarato. E come dargli torto? Il sottoscritto tale vergonga ce l’ha addosso dal 1972.
A prescindere dal fatto che la vita privata dovrebbe rimanere tale e quindi ognuno dovrebbe essere libero fare ciò che vuole con gli unici limiti che la propria morale impone, ormai è assodato che in certi ambienti farsi di coca è una cosa normalissima e no
n sconvolge più di tanto. E’ cosa saputa e risaputa. Ciò che ancora lascia turbati sono i gusti sessuali. Se a Lapo questa triste vicenda fosse capitata in mezzo a tre belle gnocche avrebbe sicuramente suscitato un sacco di chiacchiere, qualche invidia e qualche critica, ma nulla più. Invece è andata com’è andata e il commento principale al bar sotto casa era sempre lo stesso: Quello poteva avere tutta la gnocca che voleva e invece guarda te!
E’ inutile…… fatti le canne, le pere, calati l’ecstasy tirati striscioni di coca e fatti pure beccare, ma se, disgrazia vuole, sei dalla parte “sbagliata” (sessualmente parlando) è una tragedia.
Comunque sia, sono tutti fatti suoi.

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Postato da VeraJ alle 14:46 di sabato, novembre 05, 2005
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Un altro disco dal vivo degli Iron Maiden?
Ma quanti sono? Maiden Japan, Live After Death, Real Live 1 e 2, Live at Donington, Rock In Rio...
Questo dovrebbe essere il settimo disco dal vivo ufficiale. Sinceramente, non se ne può più!
Vi ho amato cari, carissimi Iron Maiden. E vi amo, ancora anche se per me siete praticamente morti dopo Seventh Son Of A Seventh Son, per questo m’inginocchio, col cuore in mano e vi chiedo di smetterla, per favore. Perché non vi ritirate a vita privata o vi separate intraprendendo carriere separate? Il buon Bruce sforna dischi uno più bello dell’altro quando non sta con voi (l’ultimo è strepitoso). Dal vivo spaccate ancora, nonostante l’età e di questo ve ne do atto, ma i dischi che pubblicate…… Non so come dirvelo… Non graffiano, non hanno mordente e si tratta sempre della stessa formula trita e ritrita (e caliamo un velo pietoso e obliante sulla parentesi con Blaze Bailey). Sembrate i primi a non credere a quello che state facendo in studio! Speravo che il rientro di Adrian Smith portasse un po’ d’aria fresca. Macchè. Brave New World è carino, Dance Of The Death l’ho ascoltato una volta sola…… ma i bei tempi sono morti e (stra)sepolti.
E poi le continue ristampe, i cofanetti, le raccolte, insinuare che il vostro catalogo è inflazionato è un eufemismo e pensare che siete ancora tutti vivi!
Siete ad un passo dal diventare la parodia di voi stessi, fermatevi finchè siete in tempo!

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Postato da VeraJ alle 14:41 di sabato, novembre 05, 2005
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