E’ strano parlare delle atmosfere plumbee dei Type O Negative mentre fuori il sole riversa la sua umida canicola e gli uccellini cinguettano allegramente svolazzando da un ramo all’altro. Se lo sguardo indugia fuori della finestra, mentre il vocione baritonale di Peter Steele inneggia ai più cupi anfratti dell’esistenza umana, ci si aspetta di vedere il grigiore soffocante della nebbia, mentre in lontananza un corvo si alza il volo salutando con un mesto gracchiare. Ed invece un paio d’adolescenti a torso nudo oscillano in un half pipe con i loro skate e una signora di mezz’età, unta d’olio più di Batista, sta prendendo la tintarella. Che strana sensazione. Un ossimoro multimediale: le orecchie sprofondate in un tetro paesaggio invernale e gli occhi immersi nei colori vivi dell’estate. Eppure quasi tutte le uscite dei TON sono estive. Come se quel gran burlone del vecchio Peter, con un ghigno beffardo, ti stesse dicendo: ti piace l’estate? Sì? E allora ci penso io a rovinartela. Ci penso io a ricordarti che l’estate passa in fretta e, in men che non si dica, ritornerà l’autunno e poi l’inverno. E quelli trascorrono lenti, lentissimi.
E tu sai bene che non si sta riferendo alle stagioni.
Questa volta però il furbastro mi ha spiazzato. Per me ogni nuovo disco dei TON era un ritorno a casa. Essendo sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, d’originale (come se fosse facile di ‘sti tempi) il mio è un viaggio continuo alla ricerca di nuove emozioni sonore. Dopo tanto cercare, però, arrivo, ad un punto in cui è quasi fisiologico ritornare sui sentieri già battuti e assaporare quel già sentito che mi conforta. Anche a chi piace viaggiare fa sempre piacere tornare a casa e dormire nel proprio letto. Questo sono (erano?) per me i TON ma
questa volta il ritorno a casa è stato spiazzante. Come se in mia assenza ci fossero stati i ladri e avessero messo tutto a soqquadro.
Ho comprato Dead Again a scatola chiusa, come ogni disco dei gruppi a cui sono più affezionato, senza leggere recensioni o ascoltare delle anteprime. Tanto so già che mi piacerà, un po’ di più o un po’ di meno dei dischi precedenti, ma mi piacerà. Anche Dead Again mi è piaciuto e mi piace, ma non mi aspettavo di sentire i TON, abituati alla lentezza e alla pesantezza, spingere sull’acceleratore in maniera così drastica.
L’apertura è affidata alla title track, uno dei brani più veloci e al tempo stesso più disposti alle solite sonorità di scuola TON ed è un opportuno ponte che agevola il passaggio tra quello che era, quello che è e quello che forse sarà. Rimangono in ogni modo gli stilemi tradizionali, come nel ritornello di Trippin’ A Blind Man, mentre in molte altre parti del disco la voce di Peter Steele è molto più aggressiva che in passato, quasi irriconoscibile.
The Profit Of Doom e These Three Things sono due mazzate di quasi undici e quindici minuti lente e melmose in cui è compresso tutto lo scindibile del mondo TON, Beatles compresi
Le tastiere, un tempo trama importante per l’economia onirica delle composizioni sono relegate in secondo piano e se ne sente la mancanza. Il suono di chitarra è più pieno, meno ronzante e la voce meno declamatoria e più arrabbiata.
Some Stupid Tomorrow parte come un trash speed metal d’annata, poi effettua una repentina inversione ad u per tornare verso i territori che ritengo decisamente più consoni al gruppo.
A chiudere Hail And Farewell To Britain che è una summa del nuovo corso (?), ovvero amalgamare i Carnivore (la prima band in cui militava Steele) ai Type O Negative di Bloody Kisses e World Coming Down.
Un disco meno affascinante degli ultimi lavori, più diretto e al tempo stesso di più difficile fruizione, forse non un ascolto adatto a chi vuole avvicinarsi ai TON a cui consiglio di ripescare uno dei due dischi citati in precedenza. Per tutti gli altri una nuova sfida lanciata da quel gran bastardo adorabile di Peter Steele. E lo sguardo del Rasputin in copertina la dice lunga sullo Steele pensiero: sono sempre un bastardo incazzato e depresso, ma se guardi meglio, in fondo a questi occhi puoi scorgere la luce mordace di chi ti sta pigliando per il culo.
Quando ascolto un disco nuovo non mi esalto facilmente. Non ricordo nemmeno quand’è stata l’ultima volta che mi è capitato. Forse all’uscita di Nevermind dei Nirvana. Comunque sia, ascoltando questo disco mi sono esaltato. Ed è stato bello. C’è voluto un po’ di tempo perché le prime volte sono state ostiche (lo diceva anche Giovanni Lindo Ferretti, in tempi non sospetti che la prima volta fa sempre male), poi, come per incanto si sono aperte le porte della goduria sonora e mi ci sono tuffato a bomba.
Il Teatro degli Orrori è un (super) gruppo fondato da Pierpaolo Capovilla, Francesco Valente (One Dimensional Man) e Gionata Mirai (voce e chitarra dei Super Elastic Bubble Plastic) e rimpinguato da Giulio Ragno Favero, ex chitarrista degli ODM ed ora batterista dei Putiferio, arruolato come bassista.
Dell’Impero Delle Tenebre è il loro primo lavoro ed è il compendio ideale in cui ogni appassionato di rock dovrebbe perdersi, sfogliando le pagine vergate da riff di chitarra grandiosamente granitici, cesellate da un basso profondamente tellurico e rilegate da un drumming potente e preciso. E finalmente, lasciatemelo dire, dei testi come si deve! Non troppo criptici ma segnati da un lirico mistero che rende il tutto più intrigante e al di fuori dei soliti luoghi comuni in rima baciata al sapore di amore/cuore e dalla retorica politico/pacifista che ci sbrodolano addosso i gruppi cosiddetti “impegnati”. Dio Mio è il testo più bello che abbia sentito e letto da molto tempo a questa parte, per non parlare poi della title track con quell’ “Abbiamo perso la memoria del ventesimo secolo” che mi fa spuntare una lacrimuccia nostalgica riportandomi ai (bei) tempi dei CCCP.
Poi, si sa, non tutti i gusti sono al cioccolato.
Parole dure, arrabbiate e decadenti quelle salmodiate da un Capovilla a tratti posseduto dallo spirito di Carmelo Bene, che si agitano sotto la lunga ombra di poeti come Baudelaire e Artaud la cui influenza maledetta graffia con unghie appuntite un disco brutale anche nei suoni e, a suo modo, apocalittico, che ti aggredisce alle spalle e ti scuote fino a quando non cadi a terra esausto e senza fiato. Pronto ad assistere ad una nuova rappresentazione del Teatro Degli Orrori.
Disco dell’anno, senza dubbio alcuno.
Le tre frasi che ti fanno diventare uomo:
1) Ti voglio bene sì, ma come amico.
2) Amore, stasera no: ho un mal di testa fortissimo.
3) Ti sei cambiato le mutande? Perché se hai un incidente e finisci all’ospedale, vuoi che ti vedano con le mutande sporche?
Se non vi hanno mai rivolto queste parole, non siete uomini veri.
Il famoso documentario della BBC sui preti pedofili ha sollevato un vespaio secondo solo a quello sui Dico. L’ho visto e non mi è sembrato né denigratorio né infondato. Non ho trovato illazioni del tipo: tutti i preti sono pedofili, la Chiesa è un crogiuolo di delinquenti, eccetera. Esiste, però, un problema ed anche grave, questo è assodato: in alcuni casi la Chiesa tende a risolvere al suo interno certe “scomode situazioni” senza coinvolgere la magistratura (a casa mia si dice favoreggiamento). Le accuse dei cattolici secondo i quali il “documentario spazzatura” é privo di contraddittorio mi sembrano ridicole, soprattutto perché le richieste da parte dei giornalisti di un confronto con i Vescovi accusati di aver “coperto” i colpevoli degli abusi sono state negate, come si può ben notare nel filmato stesso. L’altra accusa che inputa al reportage di instaurare una specie di fobia nei confronti dei sacerdoti potrebbe anche essere fondata: di questi tempi, allora, é meglio non mandare i nostri figli in parrocchia, all’asilo, ai giardinetti o a casa degli zii. Possiamo sempre chiuderli in cantina.
Ciò che mi lascia perplesso è l’impossibilità di muovere una critica, anche fondata, alla Chiesa Cattolica senza essere bollato come terrorista, destabilizzatore o anti cattolico. Viceversa la Chiesa può muovere critiche a destra e a manca ed anche in “territori” che non sono di sua competenza. Le scelte del Vaticano non possono essere messe in discussione dai cattolici praticanti perché l’infallibilità del Papa è un dogma e come tale va osservato, però al mondo non esistono solo i cattolici. O no?
Come credente, la recente abolizione del Limbo mi ha destabilizzato. E adesso? Tutte le anime che galleggiavano laggiù? Sono state sfrattate? Trasferite in un CPT? E’ stato varato un indulto per ammetterle in Paradiso?
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Buttiglione protesta. Per cosa? Per i conti pubblici allo sfascio? Per la mostruosa percentuale di evasori fiscali? Per i numerosi deputati che siedono in parlamento nonostante abbiano dei seri guai con la legge? No. Protesta perché vuole il gelato alla buvette del Senato.
Una protesta bipartisan sottoscritta anche dalla senatrice prodiana Albertina Soliani sollecitata ai questori di Palazzo Madama tramite una lettera che merita di essere letta:
"Ci rivolgiamo a voi con una richiesta di miglioramento della qualità della vita in Senato. La buvette non è provvista di gelati. Noi pensiamo che sarebbe utile che lo fosse e siamo certi di interpretare in questo il desiderio di molti. E' possibile provvedere? Si tratterebbe di adeguare i servizi del Senato alle esigenze della normale vita quotidiana delle persone. In attesa di riscontro, porgiamo cordiali saluti".
Mi dispiace, ma non riesco a riderci su. Sono però contento e sicuro di una cosa: non ho mai votato e non voterò mai.
Della serie: il mondo è dei furbi. Un fenomeno di senatore di An per arrivare in tempo ad una trasmissione de la 7 nella Roma blindata e col traffico bloccato a causa della visita di Bush e delle relative manifestazioni di protesta, finge un malore, chiama un’ambulanza, al suo arrivo cazzia i paramedici perché ci hanno messo troppo e poi si fa lasciare davanti agli studi televisivi dicendo che si sente meglio. Non contento si vanta della sua prodezza in diretta TV.
Scoppia la polemica e lui si dimette. Mi sembra il minimo. Ad essere cattivi mi viene in mente una cosa: ve la ricordate la storiella "Al lupo! Al lupo!" ?