giovedì, gennaio 10, 2008, ore 14:33

Sono basito. Alla (oscura) luce della nuova fatica discografica degli Electric Wizard e dopo una rapida escursione nella loro discografia, fatta per rinfrescarmi la memoria, sono giunto alla seguente conclusione: i Wizard sono il miglior gruppo stoner/psych/doom/heavy/dark/sludge del mondo. Non hanno rivali (forse solo i Reverend Bizarre riuscivano a tallonarli, ma ormai non esistono più e così va da sé la vittoria in questa competizione). Dal loro esordio, nel 1994, con l’album omonimo che ricalcava gli stilemi classici del doom di scuola Black Sabbath, il quartetto del Dorset ne ha fatta di strada percorrendo il sentiero tracciato quasi quarant'anni fa dai maestri di Birmingham. Senza mai abbandonare la via maestra hanno però evitato di ricalcare pedestramente le orme dei loro predecessori traendone, invece, linfa ed ispirazione adatte a tracciare nuovi percorsi paralleli e al tempo stesso alternativi. Questi percorsi non hanno fatto smarrire il Mago Elettrico, ma l’anno condotto proprio dove voleva arrivare: all’inferno.

Non ci si annoia ascoltando la discografia dei Wizard, il peggio (o meglio?) che può capitare è l’ingresso in uno stato di catalessi lisergica popolato da visioni inquietanti che, se si è fortunati, durerà al massimo un’oretta per tornare poi coscienti con un leggero cerchio alla testa, altrimenti si rimarrà in catatonia per chissà quanto tempo, con la bocca aperta e il classico filo di bava a penzoloni che fa tanto manicomio.

Potrei continuare così per tutto il pezzo perché con la precedente discografia di Justin Oborne (deux ex machina e uomo dal cognome più storpiato nell’ambito del giornalismo rock) e compagnia, insieme al neonato Witchcult Today le premesse per una “recensione” cosmico/esoterico/orrorifico/satanica, ci sono tutte. Ma non ci casco. Perché questa volta il Mago ha calato la sua mano scoprendo le carte. Stava bluffando. Il suo intento non era corrompere le giovani anime al culto del male per creare un esercito di fanatici pronti a seguirlo e servirlo per l’eternità voleva solo divertirsi far divertire. A modo suo.

Witchcult Today svela l’inganno ed è il suo autore a dirlo chiaramente: l’ispirazione per quest’opera va ricercata nei film horror e nei fumetti violenti, orrorifici e zozzi degli anni settanta (quelli che si leggevano dal barbiere per intenderci e non fate finta di niente perché sapete benissimo di cosa sto parlando) di matrice italica, come sempre nel sommo Lovecraft e negli allucinogeni, nel controverso Aleister Crowley e nelle note più dark del rock progressivo settantiano. E i maestri Black Sabbath, naturalmente. Il tutto frullato e messo a bollire in un calderone “stregonesco” per preparare non un filtro o una pozione, ma un gustoso minestrone adatto ai palati più raffinati ed esigenti di chi ama questa cucina. Ed è un bel gustare.

I feticisti potranno anche apprezzare il bel digipack nero/argento in stile “L’anticristo” che racchiude un booklet perfettamente a tema e l’inquietante dischetto nero. La musica si discosta notevolmente dai predecessori perché la durezza si affievolisce aumentando gli intenti progressivi, la voce di Oborne è meno cattiva, anche se è così filtrata che sembra provenire dai più oscuri recessi dell’universo (o dell’inferno, fate voi), mentre la batteria sembra quasi soffocata, sussurrata, lontana dai trascorsi heavy e quindi più progressiva e ben si adatta al nuovo corso(?). Le chitarre continuano imperterrite a macinare riffs su riffs, assoli drogati e dilatati ormai veri e propri marchi di fabbrica, mentre al generale ammorbidimento si aggiunge anche un’inaspettata accessibilità melodica, spiazzante ma di notevole impatto emotivo.

Bastano i titoli di canzoni come Dunwich, Satanic Rites of Drugula, Torquemada ’71 a rendere l’idea di che cosa ci si può aspettare da Witchcult Today, con menzione speciale a Black Magic Rituals & Perversions, canzone che mantiene le promesse del titolo: undici agonizzanti minuti a tratti veramente inquietanti.

La critica è divisa: c’è chi lo reputa un gran disco e chi un’opera di transizione. Il mio modesto parere è che si tratti dell’opera più riuscita degli Electric Wizard e ne sono entusiasta (cosa che mi capita raramente). Mi diverte e m’inquieta come non succedeva da tempo e come tutti i dischi degli EW ritengo che sia un gran disco (forse il più grande) di transizione. Perché la musica dei Wizard è sempre in cammino. Una continua e lenta transumanza verso territori sonori conosciuti, ma poco visitati perché sono luoghi che fanno paura.

Il Mago Elettrico è tornato, spegnete la luce e abbandonatevi al suo lento e maestoso mantra. Fate buon viaggio e soprattutto sperate di ritornare.

VeraJ
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lunedì, gennaio 07, 2008, ore 14:01

Dopo i botti di fine 2007 (Witchcraft, Electric Wizard, Chrome Hoof, The Warlocks), nasce con ottimi auspici il bisestile 2008. Tre dischi che aspettavo da tempo usciranno nella prima metà dell’anno. S’inizia a fine gennaio: i Baustelle pubblicheranno Amen che si preannuncia essere il degno successore de La Malavita e i sorprendenti Black Mountain daranno alla luce In The Future che ha già fatto uscire di senno la critica dopo gli ascolti in anteprima. Più avanti, verso la primavera, ritornerà Antony con i suoi The Johnsons. The Crying Light il titolo del disco. Sarà una primavera di lacrime.

VeraJ
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lunedì, gennaio 07, 2008, ore 13:46

Ho iniziato questo post una decina di volte perché volevo scrivere qualcosa che non fosse scontato e banale. Ogni volta, dopo un paio di frasi, mi accorgevo che stavo scrivendo cose scontate e banali e cancellavo tutto. Che cavolo posso scrivere su questo disco che non sia ovvio? Non lo so e non ho voglia di pensarci. Le ovvietà escono fuori a valanga, mentre le cose originali richiedono uno sforzo che non posso/voglio permettermi. Perché sono pigro e perché ho poco tempo per pensare. Anche perché mentre ascolto The Alchemist non riesco a pensare. Mi perdo. La testa fluttua tra le note che cancellano i pensieri come una spugna cancella il gesso su di una lavagna. Roba strana. Roba strana i Witchcraft. Roba bella. E questo terzo capitolo della loro discografia aggiunge un altro gradino alla scala che li condurrà al paradiso: è un monumento ai (bei) tempi che furono, al rock di fine anni sessanta ed inizio settanta, velato di folk e di hard ed ispirato come se i giovani svedesi fossero rimasti imprigionati in una bolla temporale. Necessario? Ma chi se ne frega. Lo zucchero a velo sul pandoro è necessario? Il Parmigiano sulla pasta è necessario? No, ma impreziosiscono i rispettivi sapori. Ecco, potreste anche privarvi di The Alchemist, ma la vostra discografia sarà meno gustosa.
VeraJ
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