Mettiamo subito in chiaro una cosa: Amen è il disco dell’anno.
Ancor prima della sua uscita, in rete scoppia la polemica. Lo zoccolo duro degli indie sembra non gradire il singolo Charlie Fa Surf. A sentir loro è troppo orecchiabile e i testi sono pretenziosi al limite del ridicolo con quella rima baciata “quanta roba si fa mdma”. Troppo commerciale, insomma. Possibile che ogni volta che un gruppo prova a spiccare il salto verso il grande pubblico (ok, commerciale ci sta), ma mantenendo intatte le proprie caratteristiche senza snaturarsi, magari solo alleggerendo un po’ le melodie, subito deve beccarsi del venduto dai fans più intransigenti? Perché i Baustelle devono rimanere “cosa di pochi”? Solo perché siete degli sfigati il vostro gruppo deve rimanere sfigato come voi? Se il nostro disastrato (musicalmente e non) paese ha la fortuna di aver dato i natali alla più grande pop band degli ultimi, e qui la butto, dieci anni (anche se mi scappava un venti), perché non devono essere patrimonio di tutti? Che si sappia che in Italia non esiste solo il latrare di Ligabue, il biascicare di Vasco (artisti che in passato hanno dato parecchio, ma che ora, artisticamente parlando, si trascinano stancamente) e l’indefinibile Lorenzo Cherubini (non sono solo anche quando sono solo, magari fossi da solo, purtroppo ci siamo noi che dobbiamo ascoltare le tue lagne).
Poi esce il disco e si assiste alla più clamorosa e veloce delle inversioni di marcia che la “critica” musicale abbia mai partorito. Roba che in politica Casini se la sogna; sembra, però, che abbia preso appunti.
Amen disco bello, bellissimo, aria fresca e nuova, colto, intelligente eccetera eccetera. Capite perché il sottoscritto si fida solo delle proprie orecchie?
Uno solo rimane fermo sulle sue convinzioni ed è Ernesto Assante di Repubblica che ai Baustelle, da lui giudicati irritanti e arroganti, preferisce Lorenzo Cherubini, che dal canto suo ha ragione a non sentirsi solo. Non spreco una pigiata di tasti in più per commentare, altrimenti divento come Mughini quando gli toccano
Dal momento che di parole ne sono già state dette tante non mi dilungherò nel parlarvi del disco (in rete trovate tutte le recensioni che volete), però vi consiglio caldamente di farvi un regalo. Non pensavo che i Baustelle riuscissero a fare meglio de “
Scusate, ma ora devo andare. Devo dedicarmi un po’ al giardinaggio dei fiori del male.
P.S.
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Quando uscì Phoenix accusai i Warlocks di non essere il gruppo psichedelico per il quale si spacciavano pur evidenziandone i molti pregi. Troppo edulcorata e scolastica la loro psichedelia, che si fermava alla superficie di quel vasto mondo, ma non osava varcarne la soglia. La musica non cambiò con Surgery, il loro secondo lavoro. Anzi, il contratto con una major sembrò portare ancor più confusione in seno al gruppo che sembrava diviso tra un approccio di più facile fruizione per eventuali nuovi accoliti e la coerenza stilistica. I frutti sperati non maturarono e così il gruppo di Bobby Hecksher si ritrovò a piedi. Ora, dopo essere stati scaricati dalla Mute Records riescono ad accasarsi presso l’indipendente Tee Pee e, risolti i problemi sorti in seno all’organico, i Warlocks pubblicano alla fine del 2007 Heavy Deavy Skull Lover.
La musica cambia.
Il primo approccio a questo nuovo lavoro è una mazzata che ti butta al tappeto, dove ci rimani un bel po’ cercando di capire dove cavolo sei finito, se ti è passato sopra un camion o se hai esagerato con le peperonata. Otto pezzi che sembrano figli bastardi dei Jesus and Mary Chain più onirici. Un coito tra fuzz acido e arpeggi ad elevato contenuto glicemico che generano un mantra ipnotico salmodiato da una sacerdotale voce cantilenante e a tratti dissonante. Non solo i Warlocks hanno osato oltrepassare quella soglia che sembravano temere, ma tuffatisi nel mare lisergico sembrano sguazzarci beatamente. Si lasciano trascinare dal lento moto delle onde cedendo il comando alla corrente che li trascina sempre più a fondo, verso quegli abissi che, oggi, pochi hanno il coraggio di esplorare. Lode al coraggio degli Stregoni e a coloro che, ascoltando questo monolite stordente, oseranno lasciarsi trascinare sul fondo.