Non sono la persona più adatta a fornire una visione sopra le parti di Across The Universe. Sarà per l’amore viscerale ed incondizionato che nutro nei confronti dei Beatles, sarà per la passione verso gli anni sessanta o forse perché, in fondo, sono solo un inguaribile romantico che si commuove facilmente di fronte alle storie d’amore. Per questi motivi capirete anche voi che il mio giudizio su di un film che unisce le canzoni del quartetto di Liverpool ad una storia d’amore ambientata nei sessanta non può essere completamente lucida.
Cercherò di fare del mio meglio.
Jude decide di lasciare l'Inghilterra per recarsi in America alla ricerca di un padre che non ha mai conosciuto. Lì incontrerà nuove persone, si scontrerà con la realtà della guerra in Vietnam, dei movimenti pacifisti, dei Watts Riots, del mondo della musica e, soprattutto, troverà l’amore.
Detto così sembrerebbe l’ennesima storia di quegli anni, non fosse per alcune peculiarità che rendono il film diretto da Julie Taymor un piccolo gioiello. Innanzi tutto la struttura narrativa che utilizza le canzoni dei Fab Four non come contorno ma come chiave narrante perché la storia non è raccontata con le canzoni, ma attraverso le canzoni. Una caratteristica, questa, comune ad un'altra chicca sui generis: Moulin Rouge, con il quale condivide anche la fotografia dai colori saturi e sgargianti.
L’altra peculiarità è la parte visiva di Across The Universe, che gioca un ruolo cardine specialmente nella porzione centrale, quella più onirica e psichedelica, nella quale è imbastito un costrutto barocco che non solo non appesantisce la narrazione, ma è necessario per l’interpretazione visuale dei viaggi allucinogeni a cui partecipano i protagonisti (era o no l’epoca dell’LSD?). Across The Universe è un film visionario ma semplice, che non stanca nonostante la lunga durata. E’ una delizia per le orecchie e per gli occhi; le sequenze della danza sott’acqua e di Strawberry Fields Forever con le fragole che “sanguinano” e prendono fuoco sono entusiasmanti. Azzeccati e simpatici i cameo di Bono, che interpreta il fulminato Dr. Robert, di Joe Cocker nei panni di un barbone, un pappone ed un vecchio hippie e della conturbante Salma Hayek che letteralmente si moltiplica nel ruolo di una sexy dark-infermiera. Se poi appartenete ai Beatles-maniaci vi divertirete, oltre a sentire ben trentadue canzoni del vostro gruppo preferito appositamente riarrangiate, a scovare le numerose citazioni ed i riferimenti alla vita ed ai testi delle canzoni degli “scarafaggi”. Che cosa volete di più?
Le canzoni della colonna sonora del film:
Girl
Hold Me Tight
All My Loving
I Want To Hold Your Hand
With A Little Help From My Friends
It Won't Be Long
I've Just Seen A Face
Let It Be
Come Together
Why Don't We Do It In The Road
If I Fell
I Want You (She's So Heavy)
Dear Prudence
Flying
Blue Jay Way
I Am The Walrus
Being For The Benefit Of Mr. Kite!
Because
Something
Oh! Darling
Strawberry Fields Forever
Revolution
While My Guitar Gently Weeps
Across The Universe
Helter Skelter
A Day in the Life
Happiness Is A Warm Gun
Black Bird
Hey Jude
Don't Let Me Down
All You Need Is Love
Lucy in the Sky with Diamonds
Postato da VeraJ alle 15:56 di venerdì, novembre 21, 2008
Dopo i Tv On The Radio e gli Afterhours ci delizia con una nuova tappa del suo percorso musicale: é con onore che presento la nuova rubrica tenuta dall'unico uomo al mondo che si nutre di pane e Stone Roses. E’ bravo, simpatico ed è anche un bel figliuolo. Coccolatelo! (Un ringraziamento ai Fagetz per aver ispirato il titolo della rubrica)
VIC CHESNUTT, ELF POWER AND THE AMORPHOUS STRUMS: Dark Developments
Diciamo così: North Star Deserter sta all’inverno come Dark Development alla primavera. Se per Vic Chesnutt l’estate è una stagione da saltare a piè pari, in questa nuova collaborazione con i concittadini Elf Power non si odono le fredde sonorità del lavoro precedente. Anche i brani più scarni e spigolosi contenuti in questo nuovo lavoro hanno un’attitudine positiva. Stanno bene nella loro veste e danno un valore aggiunto ad un disco che sa, appunto, di primavera. Mystery è un classico brano di Chesnutt: una ballata che non porta ancora con sé i frutti del disgelo. E’ una specie d’attestato, come se volesse presentarsi all’ascoltatore mostrandogli il passaporto. Come per dire: “Ciao! Sono Vic. Sono sempre e comunque io. Non temere. Non ci sono cambiamenti.”. Dopo le dovute presentazioni, eccolo finalmente unirsi al flower power degli Elf e partire per un viaggio splendido ed intrigante. A partire da una Little Fucker che manda in visibilio. Un brano circolare, nervoso e solare allo stesso tempo. Il tutto in pochi minuti. Menziono subito dopo Teddy Bear che è il pezzo che mi ha fatto gridare istantaneamente al miracolo. Reggato, con rimandi spaziali, tutta un ritornello. FAVOLOSA! Neil Young fa capolino nella bucolica We Are Mean dove Vic vola nell’East Coast accarezzando l’acustica e regalandoci una caramella sonora dallo smaccato gusto retrò. Balzando di traccia in traccia alla ricerca di tepore, ecco giungere Bilocating Dog. Un battito di mani introduce una di quelle canzoni da cantare appassionatamente durante una scampagnata con i propri amici. Ti ritrovi in casa a cantare pensando che la vita é mravigliosa. Diventi necessariamente ottimista in soli tre minuti. And How e Phil The Fiddler ci ricordano che il buon vecchio Vic é stato “scoperto” da Michael Stipe. Infatti i R.E.M. sembrano aleggiare dietro questi due brani. L’ultimo dei quali termina con una coda strumentale permeata di saudade. And how, come Bilocating Dog, ti fa cantare e stare bene. Infine non rimane che menzionare Stop The Horse e The Mad Passion of The Stoic. Quest’ultima sembra uscita dalle sessioni di North Star Deserter in cui probabilmente sarebbe stata indigesta.Qui Chesnutt torna nuovamente a mostrarci la carta d’identità, per farci capire che è stato sempre lui quello che abbiamo ascoltato, anche se in alcune parti poteva non sembrare così. Dark Development è un lavoro eccezionale. C’é stato il giusto scambio di vedute tra il gruppo degli elfi e il nostro piccolo grande Vic. A mio modo di vedere nessuno ha voluto strafare ed il disco suona sincero. Ed é quanto basta per scaldarci il cuore in questo freddo inverno che sta per bussare alle porte.
Simone
Postato da VeraJ alle 09:38 di venerdì, novembre 21, 2008
Agota Kristof, classe 1935 è nata a Csikvánd in Ungheria, il 30 ottobre. Nel 1956 a causa dell’intervento dell’Armata Rossa per reprimere la rivolta popolare contro l’invasione sovietica, la Kristof fugge con il marito e la figlia e si rifugia in Svizzera, dove risiede tuttora. Il suo primo romanzo Il grande quaderno, viene eletto “Libro Europeo” e confluirà insieme a La Prova e La Terza Menzogna nella Trilogia della città di K. Opera considerata all’unanimità come il suo capolavoro.
La trilogia è un romanzo angosciante. Non solo perché narra la barbarie di una guerra vissuta e vista con gli occhi di due bambini (gemelli) che vengono portati dalla loro mamma lontano dalla città, per evitare i bombardamenti e affidati ad una nonna che si rivela fredda e crudele. L’angoscia che deriva dal leggere i fatti che accadono a Lucas e Claus è sì causata dalle crudeltà sia fisiche sia psicologiche a cui i due bimbi sono sottoposti, ma è amplificata dalla loro reazione alla malvagità degli adulti. Per sopportare le violenze, gli abusi e gli insulti i due gemelli non possono fare altro che rimanere impassibili, assorbire il male ed il dolore imparando ad essere duri e quasi indifferenti nei confronti di ciò che succede. Una scuola del dolore che indurisce i corpi e le anime.
Se i primi due libri (Il Grande Quaderno e La Prova) seguono il difficile percorso di Lucas e Claus in modo lineare, l’ultimo (La terza Menzogna) è una brusca svolta nelle loro vicissitudini che destabilizza il lettore portandolo a dubitare di tutto ciò che ha letto. Ci si chiede se tutto quello è stato raccontato sia la verità, oppure una menzogna. Si dubita di tutto e tutti, fatti e persone. Ci si chiede se l’autrice si sia divertita a giocare crudelmente con i suoi personaggi e (di riflesso) con il lettore, portandolo a non fidarsi più delle sue parole. Ma è poi tutta colpa dell’autrice? O il castello di fatti e personaggi costruito lentamente pietra su pietra è una necessità che i protagonisti hanno per sopportare una vita fatta di violenza e abbandono? La menzogna non può essere utilizzata come strumento per sopravvivere?
E’ abile la Kristof ad utilizzare l’indicativo presente; tutto è adesso. Il passato sembra non contare o addirittura non esistere perché è solo il presente ad essere importante.
In conclusione, la Trilogia Della Città di K è un libro affascinante e terribile la cui lettura scivola via velocemente; è così fluido lo scorrere delle parole che si è quasi ipnotizzati, senza che ciò lasci indifferenti. Anzi, alcuni passaggi sono così emotivamente duri da essere dei veri e propri pugni allo stomaco. E’ un continuo chiedersi come andrà a finire che rende difficile lasciare la lettura in sospeso. Ed una volta terminato, si chiude il libro con più di un interrogativo.
Ci si chiede, soprattutto, se la verità non sia altro che la percezione soggettiva dei fatti. Una percezione in cui la menzogna non è più tale.
Postato da VeraJ alle 09:40 di mercoledì, novembre 19, 2008
L’assegnazione del Premio Tenco ai Baustelle per il disco Amen giunge come un rinfrescante (per l’animo musicale) bagliore di luce. E’ come un’oasi d’acqua fresca e cristallina nel desolante deserto della musica italica. Insieme agli Afterhours (che continuano a testa bassa il loro percorso alla ricerca della perfezione disseminando piccoli gioielli lungo la strada), Francesco Bianconi e soci si meritano tutto il meglio. Mentre altri gruppi che riscuotono un successo commerciale molto più ampio, vedi Subsonica, Negramaro e, ahimé, gli ultimi Negrita, ormai sembrano impantanati nei rigidi schemi da loro stessi coniati. Non sarà un male per loro e per chi li ama anche perché è raro, in ambito musicale, che una formula collaudata e che funziona affossi i conti in banca e deluda i fans.
Sul versante nazionalpopolare lo scorso fine settimana abbiamo (tristemente) assistito alla presentazione del nuovo disco della Pausini nazionale con tanto di calata in Piazza Navona di fronte ad un tripudio di fans. Notizia ripresa naturalmente da tutti i telegiornali con apparizioni ed ospitate della nostra al limite dell’ubiquità sulle principali reti. Apparizioni Pausiniane e marchette spudorate.
Intanto il recidivo e redivivo Biagio Antonacci ha pensato bene di ritornare ad ammorbare il mondo con le sue cantilene spaccacuore (e non solo quello).
Continuano i deliri (non solo canori) pseudodark della stella di X-Factor, Giusy Ferreri, che sembra auto incoronarsi novella Siouxsie “de noantri” a darle man forte, naturalmente, ci sono le cupe anime folgorate da tanta oscura virtù. Se volete farvi un’idea (ed un paio di risate) leggete qui.
Sul fronte estero tra pochi giorni, dopo quindici anni di gestazione, uscirà Chinese Democracy dei Guns N’ Roses (o forse sarebbe meglio dire di Axl Rose). Ad un primo ascolto in anteprima il disco non sembra un’opera dei Guns, quelli che ci hanno deliziato con Welcome To The Jungle, Paradise City e Sweet Child O’ Mine, ma di un qualsiasi altro gruppo dalle idee un po’ confuse che si diletta con un rock (molto) duro e pomposamente fracassone. Comunque la voce di Axl sembra essere ancora in gran forma.
E’ uscito Black Ice ennesimo disco degli inossidabili Ac/Dc. Da oltre trent’anni sempre la stessa musica, ma chissà perché riesce sempre a farti muovere il piedone e dondolare il capoccione. Bentornati.
Postato da VeraJ alle 16:03 di martedì, novembre 18, 2008
Dopo un'assenza durata qualche mese è ritornata la rivista di letteratura musicale Write Up! Il nuovo numero è online. Basta cliccare sull'immagine sottostante.
L'autunnalissimo tema di questo mese è il seguente: "Le canzoni che parlano di una Lei e quelle che parlano di un Lui. Qual è quella che ci è rimasta dentro? E quella persona di cui la canzone canta ci ricorda veramente qualcuno che è stato vicino a noi o che lo è tuttora o ci fa fantasticare su qualcuno che avremmo voluto conoscere, amare, ma che non è mai arrivato... o che ci è sfuggito! Nel 1975 qualcuno cantava “Corriamo sullo stesso vecchio terreno. E cosa abbiamo trovato? / Le solite vecchie paure / Vorrei che tu fossi qui…"
Un consiglio: astenersi cuori infranti e ancora sanguinolenti.

Postato da VeraJ alle 12:05 di lunedì, novembre 17, 2008
Al mondo esistono persone che silenziosamente, lontano dai bagliori edulcorati e dai clamori guidati del mondo musicale, lavorano sodo. Non per la gloria, leggasi successo, fama e denaro, ma per una cosa (un sentimento?) che, in questi tristi tempi, riesce solo a far sorridere di un sorriso che maliziosamente evoca parole come ingenuità. Sto parlando della passione. Il novanta percento di questi appassionati artigiani della musica produce, in una fittizia scala qualitativa, opere che vanno dal becero al buono, mentre il restante dieci percento cesella lavori che vanno dall’ottimo ai rarissimi casi di capolavoro.
Dan Barret e Tim Macuga da Middletown, Connecticut, sono due di queste persone. Senza fretta alcuna, in un improvvisato studio di registrazione casalingo, si sono presi tutto il tempo necessario per pensare, scrivere, incidere e pubblicare Deathconsciousness. Tutto questo è durato cinque anni. Una lunga gestazione che ha partorito un vero capolavoro. Un'opera (molto) ambiziosa che la coppia ha definito come il disco più deprimente nella storia della musica.
Potrebbe sembrare una frase campata per aria, quasi a voler giustificare tutti i momenti liberi e i ritagli di tempo sacrificati a comporre, ma se si ascolta il flusso emotivo (perché proprio di questo si tratta) emanato da Deathconsciousness non si può dar loro tutti i torti. E’ un compendio di tutto lo scibile dark, dal pop al drone, mai autocompiacente o compiaciuto. Un disco che traspira passione dalla prima all’ultima nota e la registrazione “casalinga” (ma non approssimativa) gli conferisce una rara spontaneità che è come un soffio d’aria fresca in una notte afosa.
Il risultato, quindi, collima con l’ambizione di questi due emeriti sconosciuti, tanto è che un loro professore universitario, colpito da tanta (oscura) maestosità ha scritto e pubblicato un libro di un’ottantina di pagine che illustra le emozioni e il simbolismo religioso di questo disco. Questo libro è diventato il booklet di Deathconsciousness che, forse, passerà alla storia non solo per la sua tristezza ma anche per il libretto più esteso nella storia della musica. E fino a qui la storia avrebbe tutte le caratteristiche per essere ammantata da un’aura leggendaria tale da farla assurgere a leggenda metropolitana. Ma il bello deve ancora venire, perché una volta pubblicato, questo doppio disco, è andato letteralmente a ruba, anche se non si trovava nei negozi ma solo sul sito della loro etichetta, la Enemieslist. Le (poche, ad onor del vero) copie stampate sono state spazzolate in poco tempo grazie al tam tam degli appassionati e al prezzo che dir popolare, per un disco doppio ed un libro, è dir poco: dieci dollari. Per i ritardatari non rimane che consolarsi andando su LastFM dove si possono ascoltare (per intero) numerose canzoni oppure comprare la versione digitale, venduta a cinque dollari (!) comprensiva del file pdf del libro. Nella speranza che il successo ottenuto non induca l’etichetta a stampare altre copie di questo oscuro tesoro. Mi piacerebbe averlo per metterlo tra In The Flat Field, Unknown Pleasures e Only Theatre Of Pain. Sarebbe la quadratura del cerchio.
Postato da VeraJ alle 15:50 di giovedì, novembre 13, 2008
Tutto inizia in un caldo pomeriggio di fine estate, mentre sono in auto e sto correndo sotto un sole cocente. Come sempre sto ascoltando la radio, sperando che un pezzo “tirato” mi dia una mano nell’andare oltre quella Opel Corsa, che mi precede da mezz’ora e non si fa superare. Le canzoni scorrono e l’orecchio attento esulta, quando, al suo cospetto, si presenta una canzone a cui il sottoscritto non riesce proprio a dare un’identità. Eppure quella è la voce di Manuel Agnelli. Che pezzo, Signori! Corro a casa e vado su You Tube. Così scopro che quel brano, per il quale sto letteralmente perdendo la testa, è proprio degli Afterhours. Il sabato seguente corro a comprare I Milanesi Ammazzano Il Sabato e capisco al volo di avere tra le mani qualcosa di memorabile. Certi dischi, lo senti subito che valgono di più di altri. Alle volte è già la copertina a fartelo capire (non è questo il caso), altre volte basta quell’accoppiata di pezzi, che se già il lavoro è ottimo, con loro diventa essenziale. In questo disco gli Afterhours hanno in qualche modo superato se stessi. Brani corti. Singolo azzeccatissimo (Riprendere Berlino) che ho praticamente consumato. Tutte le volte che Manuel intona “Non sarebbe bello/non farsi più del male” la pelle d’oca pizzica il mio corpo. Segue a ruota una “Dove si va da qui” che stermina, a colpi di pianoforte, ogni cattivo pensiero. Pezzi tirati in stile vecchi Afterhours (“Pochi istanti nella lavatrice”, uno dei miei preferiti), si contrappongono a ballate in stile Nick Drake (il brano che dà il titolo all’album). Altri pezzi da novanta sono sicuramente “Naufragio sull’isola del tesoro” e “Tarantella all’inazione” che, dopo una partenza un po’ in sordina, stende il suo elegante tappeto in un mantra sonoro che non lascia indifferenti. Gli Afterhours sanno tingersi di varie tonalità e l’atmosfera pop che imperversa in tutto l’album assume le giuste tinte in “Musa di nessuno” e “Tutto domani”, pezzi veloci da prendere o lasciare senza pensarci troppo. Ma noi prendiamo, eccome se prendiamo! ”Orchi e streghe sono soli” si avvicina alla perfezione e ci dona un gruppo capace di chiudere in bellezza un disco che non sfigura davanti a nulla. Sono italiani e devono essere un vanto. Anche perché ci fanno capire che il rock tricolore deve ancora fare molta leva su (ormai) vecchi capisaldi della nostra musica. Lunga vita agli Afterhours!
Simone
Postato da VeraJ alle 09:40 di martedì, novembre 11, 2008