Come ultimo post dell'anno vi offro la seconda parte della solita minestrina riscaldata che ogni blog di tendenza degno di reputarsi tale è obbligato ad offrire ai propri lettori. Ci si vede nel 2009. Roba grossa bolle in pentola: nuove e consolidate collaborazioni, nuovi argomenti, il gradito(?) ritorno di Atanasio Eriberto Sgretoloni con il suo Utopian Blaster e la riesumazione de Il Predicatore.... che volete di più?
Baustelle Amen
Spero di sbagliarmi ma i Baustelle difficilmente riusciranno a fare di meglio. Amen rasenta la perfezione: la fusione tra parole e melodie scorre sui binari di una creatività che in Italia ha rari epigoni. Indispensabile.
Black Mountain In The Future
Se fosse uscito trent’anni fa sarebbe un disco da studiare a scuola. Tutto ciò che volevate sapere sul rock e non avete mai osato chiedere. Seminale.
Coldplay Viva La Vida (Or Death And All His Friends)
In ognuno di noi c’è un lato romantico. In alcuni è palese, in altri è tenuto in ombra. I Coldplay ne hanno la chiave e la usano con gran classe. Spaccacuore.
Have A Nice Life Deathconsciousness
Se la disperazione e l’oscurità fossero canzoni sarebbero quelle degli HANL. Uno Sturm Und Drang sonoro che toglie il fiato. Doloroso.
Last Shadow Puppets The Age Of The Understatement
Un adagio di qualche tempo fa recitava: gli Italiani lo fanno meglio. Di certo non era riferito al pop. Barocco.
Numero6 Quando Arriva La Gente Si Sente Meglio
Ma gli Italiani quando s’impegnano producono piccoli gioielli. Questo ep ne è la prova. Attraente.
The Niro Omonimo
Il ragazzo ha classe. Deve solo uscire dall’ombra di Jeff Buckley. Ma con un esordio così c’è da leccarsi i baffi. Promettente.
The Black Angels Directions To See A Ghost
Una corrente ascensionale che trasporta ad alta quota e fa fluttuare in assenza di gravità. Vertiginoso.
Silver Mt.Zion Memorial Orchestra 13 Blues For Thirteen Moons
“Canzoni” difficili per menti contorte o “canzoni” contorte per menti difficili. Ipnotico.
Antony and the Johnsons Another World
E’ solo un Ep che anticipa il disco che uscirà il prossimo anno. Antony è così: prendere o lasciare. E noi prendiamo a piene mani. Inimitabile.
Della Serie: sulla carta sembravano appetitosi, ma si sono rivelati essere solo un brodino.
Dead Meadow Old Growth
All’inizio ho trovato la deriva psico-folk interessante. Col passare del tempo e degli ascolti si è affacciata la noia.
Tiamat Amanethes
Johan Edlund torna a fare il cattivo. Ma ripercorrere i sentieri già battuti non sempre porta a dove si vuole arrivare.
Bauhaus Go Away White
Il triste addio di uno dei più grandi gruppi gotici di sempre. Meglio ricordarli com’erano un tempo.
VeraJ
Postato da VeraJ alle 16:35 di lunedì, dicembre 29, 2008
Come ogni sito, blog o rivista che si rispetti, saltiamo sul carrozzone e pubblichiamo la lista di quelli che riteniamo essere i migliori dischi dell’anno che sta per terminare. In ordine rigorosamente sparso ecco a voi:
Fleet Foxes Omonimo
Barocchismo d’altri tempi. Un viaggio senza ritorno negli anni settanta più bucolici. Magnetico.
Tv On The Radio Dear Science
Caleidoscopici. Da prestare ad ogni amico/a nella convinzione che tutti possano ballare nel salotto domestico al ritmo di Golden Age.
Baustelle Amen
Orgoglio nazionale. Il loro Amen e’ girato per mesi nel mio lettore. E’ l’album che li ha fatti conoscere a chiunque. Soprattutto ai fruitori delle radio. Un gioiellino made in Italy.
Portishead Third
Il ritorno del Bristol Sound senza Bristol Sound. Pezzi da novanta quali The Rip, Magic Doors, Machine Gun, We carry on, per un disco che suona folk a Mirafiori. Tra rumori industriali, presse ed eliche, la voce della Gibbons sembra miele sul ferro battuto. Epici. Disco dell'anno.
The Fireman Electric Arguments
Spiazzante. Vitale. Solare. Un Sir Paul che sa mettersi ancora in gioco. E che gioco. Non fa rimpiangere i Beatles e dimostra che l’età non conta nel rock. Ciò che conta sono le idee. E qui, forse come in nessun altro lavoro del 2008, non mancano di certo. Sing the changes é il mio brano dell’anno. Sarò deriso dai più: me ne fotto e lo riascolto altre mille volte ancora con lo sguardo malizioso di chi sa che i preconcetti uccidono anche la musica.
Simone
Postato da VeraJ alle 14:24 di mercoledì, dicembre 17, 2008
E' online il nuovo numero di Write Up! La rivista che "ascolta" la musica in modo diverso. Tra i racconti pubblicati anche uno del sottoscritto dal titolo "L' Acero Rosso". Buona Lettura. (Cliccate sulla copertina per accedere al sito)

Postato da VeraJ alle 08:25 di mercoledì, dicembre 17, 2008
Portishead: Third
Scrollarsi di dosso Dummy. Questo per anni deve essere stato l’imperativo per il gruppo di Bristol. Nel mondo della musica sembra proprio che quando s’incide una pietra miliare, la fine è dietro l’angolo. Dopo bisogna ripartire da capo e rimettersi in gioco, oppure cibarsi del cliché costruito e creare album fotocopia uno dietro l’altro, come avrebbero potuto fare i Portishead con Dummy. Invece i nostri hanno pensato bene di lasciar passare undici anni e resettare la memoria. Così come se non ne avessero mai pubblicata una, hanno nuovamente tirato fuori dal cilindro una pietra miliare dal titolo che più scontato non si può: Third. Un capolavoro di stile. Un disco feroce, giocato su ritmiche metalliche ed industriali. Cervellotico quanto basta da non pregiudicare una comprensione istantanea. E poi contiene perle autentiche. Su tutte Machine Gun, giocata su martellanti pulsazioni kraut che si snodano nel finale con la giusta eleganza. Melodie cristalline come in Magic Doors o Nylon Smile aiutano a mantenere il giusto equilibrio tra il folk di Hunter e brani Docg quali Threads o Silence. Chi scrive crede che ci sia un senso della misura e del buon gusto, una voglia di far capire quanto si è bravi, senza per questo pavoneggiarsi goffamente. Dovessi, con un solo termine, descrivere quest’attesissima uscita dei Portishead utilizzerei certamente la parola elegante. E sono convinto che con Beth Gibbons alla voce tutto, o quasi, diventa perfetto. Chi è dietro e costruisce queste ritmiche ossessive sa bene fin dove ha senso spingersi perché qui siamo al cospetto di docenti del suono in grado di far girare un brano intorno al rumore di un’elica (Plastic) facendo scuotere la testa come nel più cantabile pezzo pop. Personalmente trovo che sia questo il loro pregio. In un’epoca dove l’operaio è in attesa di lavoro, i Portishead occupano la fabbrica, prendono ciò che trovano e si mettono a comporre. Li vedo così. In un finale che li vede nuovamente posare quest’originale strumentazione, attendendo che tutti si dimentichino di questa meraviglia chiamata Third. Disco dell’anno.Vien da sé.
Simone
Postato da VeraJ alle 12:05 di giovedì, dicembre 11, 2008
Nuova Rubrica: i film che non ho visto al cinema, perché al cinema non vado.
La cosa positiva nel guardare un film in seconda visione, a casa noleggiando il dvd e non al cinema, è che in caso di clamorose schifezze si limitano i danni economici. Questa è l’unica cosa degna nel film di Neil Marshall. Se avessi speso sette euro per una fiera delle banalità organizzata male, come Doomsday sarei uscito dal cinema più incazzato dei punk post-apocalittici che popolano la pellicola. E sarei stato certamente più credibile. Per (s)fortuna ho speso solo tre euro e cinquanta e la mia incazzatura si limita ad augurare a Marshall di finire nel Sahara a filmare la nascita delle Rose Del Deserto.
Se siete dei cinefili cultori del genere futuristico apocalittico catastrofico o post nucleare ed avete visto anche solo una delle seguenti pellicole: 1997 Fuga Da New York, Mad Max, I Guerrieri Della Notte, Resident Evil, Interceptor o 28 Giorni Dopo, l’unica che possa rendere divertente Doomsday è cercare le numerose… ehm… citazioni (qualcuno in fondo all’aula ha detto plagio? Ho sentito eh!) dei sopracitati lungometraggi. E’ talmente pieno di riferimenti e scene identiche ad altri film (clamorosa quella dell’inseguimento con l’autobus zeppo di punk; indovinate da quale film è stata “presa in prestito” ?) che sembra solo un grosso e pasticciato patchwork dal buon ritmo narrativo. In soldoni, questo è Doomsday. Ed è un peccato perché il Neil Marshall fino ad ora ha diretto due filmetti niente male come Dog Soldiers e The Descent.
La sinossi e semplice: la popolazione della Scozia è sterminata da un misterioso virus che sembra inarrestabile. Per impedire il propagarsi dell’epidemia il governo britannico decide di isolare la zona infetta costruendo un muro e condannando a morte i pochi che non sono ancora stati contagiati. Dopo trent’anni una fuga dalla zona infetta porta il virus a Londra. Il governo è così costretto ad inviare una spedizione nell’area contaminata per trovare qualche possibile sopravvissuto da cui ricavare un vaccino. Inutile dire che il commando che entrerà in Scozia avrà una grossa sorpresa.
Già la trama non è una perla d’originalità, se poi aggiungiamo una protagonista, Rhona Mitra (nomen omen!!!), espressiva come il Ficus Benjamin che ho accanto alla mia scrivania, che tenta di scimmiottare la Milla Jovovic di Resident Evil, non riuscendo neppure ad allacciarle le scarpe (non ho il coraggio di paragonarla a Jena Plissken, non ce la faccio) e dei colpi di scena telefonati come un pallonetto da trenta metri col portiere tra i pali, la frittata è pronta.
Però non è tutto da buttare. Alcune “deliziose” scene splatter stuzzicheranno i palati avvezzi a tali prelibatezze e, come già accennato, il ritmo sostenuto non rendono la visione un calvario. Se siete cinematograficamente smaliziati risparmiate i soldi o al massimo divertitevi a fare a gara a chi trova più “citazioni” o incongruenze di trama. Per tutti gli altri può essere anche una visione divertente a patto che poi si recuperino i classici del genere. Anche solo per capire la differenza tra cinema e buon cinema.
Postato da VeraJ alle 10:42 di giovedì, dicembre 04, 2008