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Malakai
In tempi non sospetti, scrivendo su “Tonight” dei Franz Ferdinand, lamentavo una certa sonnolenza nelle proposte d’Oltremanica. Piangevo lacrime di malinconia, ricordando le band che hanno invaso la scena alla fine degli anni 90. Un elenco sicuramente approssimativo in cui ci sarebbero Scott 4, Gomez, Belle and Sebastian e Arab Strap. Piccole gemme tipo quel “8 track sound system” dei Fonda 500 che mi piace ricordare con maggiore attenzione in quanto, a suo modo, molto vicino all’opera di cui mi accingo a scrivere: Ugly Side of Love dei Malakai da Bristol.
Un frullatore di generi: hip hop, psichedelia, folk, low fi da non prendersi seriamente, evitando insulse ricerche in rimandi verso chicchessia. Ci sarebbe da perdersi e finiremmo per fare il gioco dei Malakai, che morirebbero dal ridere nel vederci impazzire scrivendo man mano di Love, di Small Faces, di Beck.
Pezzi come Warriors, Shitkicker (una delle gemme migliori del lotto), Snow Flake (da incastonare con la precedente in un improbabile anello di melodie), Blackbird e Moonsurfin, non prevedono discussioni. Sono da gustare come si faceva da teenager senza star lì a pontificare. Un disco che più vario non si può e che trova nello zigzagare dei ritmi la sua forza.
Another Sun e Fading world sembrano uscire da Radio Nostalgia, mentre Lay down stay down è meravigliosamente sixties nel suo incedere. Gli angeli di Bristol (Malakai in ebraico assume questo significato) fanno nuovamente splendere il sole in tutte quelle lande che erano a secco di suoni British. Un plauso a Geoff Barrow (Portishead) produttore e scopritore del duo bristoliano. Buon sangue (inglese) non mente.
Simone
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