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I Mastodon dal vivo al David Letterman Show.
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Postato da VeraJ alle 12:50 di mercoledì, maggio 20, 2009
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Sembra che la musica non conosca la parola crisi.

In questo periodo di vacche magre le uscite continuano a riversarsi come pioggia sul povero ascoltatore medio cui non basterebbero giornate di quarantotto ore per ascoltare tutto quello che le case discografiche gli propinano. Che poi il (vogliamo essere buoni?) 70% di quello che esce, è suddiviso tra fuffa e la solita minestrina riscaldata è un altro discorso e che, se l’appassionato medio dovesse comprare comunque il restante 30%, dovrebbe accendere un mutuo ventennale a tasso variabile (solo a salire con base del 70%) da “Giggi Er Cravattaro” è ancora un altro discorso.

Siccome da queste parti non facciamo parte dell’eletto popolo dei giornalisti musicali e non sappiamo neppure quale sia il misterioso significato delle parole copia e promozionale ci limitiamo a scaricare (solo roba legale) o a comprare. Per farci un’idea di cosa c’è in circolazione ci si affida a Myspace e alla bontà dei gruppi e delle etichette che mettono a disposizione samplers o brani in streaming. Capirete che, per questo motivo, le discussioni dei dischi qui fioccano quasi come la neve a luglio e nella quasi totalità delle volte si parla pressoché bene del disco in questione. Perché prima di spendere come minimo diciassette eurini per un pezzetto di plastica, prima lo ascoltiamo per benino. Mica siamo così masochisti da spendere i nostri sudati euri in roba nauseabonda, no?

Dopo questa premessa di cui certamente sentivate il bisogno come una puntata di X-Factor è giunto il tempo di andare al sodo.

Ritornano i Warlocks, che dopo l’abbuffata acida di Heavy Deavy Skull Lover sembrano aver ingerito una dose massiccia di Maalox prendendo a calci nel sedere i Jesus And Mary Chain calmando un po’ le acque. Red Camera, il singolo che si può ascoltare sul Myspace del gruppo o sul sito della Tee Pee Records e che anticipa il full length The Mirror Explodes è una piacevole litania psichedelica a tinte cupe che piacerà assai a chi mastica gli stregoni anche a colazione.

Sempre dalla Tee Pee (lode e gloria ora e sempre nei secoli dei secoli) arrivano due nuovi gruppi da tenere d’occhio.

I Quest For Fire che propongono del sano rock classico impiastricciato, o impasticcato fate voi, con gradevoli e leggere sfumature lisergiche mai opprimenti e i Naam che, invece, offrono un rock un po’ più pesantino e diretto, con chitarre che ricordano i Black Sabbath più veloci, un uso sapiente del wha-wha e interludi sintetici che stemperano l’atmosfera proiettandola verso territori spaziali. Non fanno gridare al miracolo ma l’ascolto è piacevole.

Ora preparatevi ad aprire il distorsore e a smanettare alla grande con la barra tremolo mettendo alla prova il vostro collo con un furioso headbanging perché stiamo per addentrarci nella terra del Metallo.

Incominciamo con il (a me) gradito ritorno dei My Dying Bride artefici di un catacombale e romantico doom che ha fatto scuola. For Lies I Sire è l’ultima fatica e vede Aaron e soci continuare imperterriti sulla strada da loro stessi inaugurata abbandonando purtroppo e penso definitivamente, qualsiasi velleità di sperimentazione (34.788%... Complete sembra che sia piaciuto solo da queste parti). Comunque i MDB sono come la pizza. E’ sempre pizza ma è buona. L’arricchimento d’organico con il ritorno del violino è stata una cosa buona e giusta; un malinconico valore aggiunto che dona più atmosfera alla sepolcralità delle composizioni. Bentornati.

Dev’essere spiazzante, per chi li segue (non io), il nuovo disco degli Eluveitie, Evocation I: The Arcane Dominion. Un guazzabuglio di folk acustico di sapore celtico introdotto da una copertina esilarante: un omino tutto muscoli in vichinga “posa plastica” con sul capo delle…. corna di cervo! Più trash di così…… Un disco della serie: siamo cattivi e metallari, ma siamo ottimi musicisti e ve lo dimostriamo illustrandovi le nostre radici pagane e paniche (da Pan, naturalmente). Ai concerti del gruppo svizzero anziché il classico pogo sono previste allegre danze occitane di gruppo.

I Mastodon con Crack The Skye, già fuori da qualche tempo, hanno fatto il botto. Complice una recensione da denuncia penale, di cui ho rimosso il nome dell’autore e che paragonava Leviathan al nuovo Master Of Puppets (!) acquistai la citata opera che non solo non aveva nulla a che fare con il capolavoro dei quattro cavalieri, ma risultava essere “solo” un disco di buona fattura acerbo e ancora troppo spigoloso. Da allora in poi ho seguito marginalmente e con un po’ di diffidenza i Mastodon e non certo per colpa loro. Con Crack The Skye torno sui miei passi elogiando e coprendo d’incenso il gruppo americano che ha partorito un grande disco, limando le spigolosità e aumentando la melodia a discapito del growling, mantenendo però intatte, furia velocità e aggressività. I nipotini dei Metallica?


Infine gli Isis che tornano con il loro Post-Metal (permettetemi il neologismo). Wavering Radiant è la loro nuova fatica. Ed è una fatica arrivare fino alla fine del disco. Ma com’è che si dice? Stanchi ma soddisfatti.

Per non essere travolti dalla furia del metallo rovente non possiamo far altro che rintanarci nel garage sottocasa dove incontriamo gli Horrors che devono essersi flippati (e di brutto) il cervello. Il loro debutto di due anni fa, Strange House, non era affatto male e aveva un grande pregio (aiutato in questo dal solito hype programmato dalla stampa inglese) e cioè quello di far conoscere alle nuove imberbi generazioni, portandolo finalmente in superficie, il garage rock; quello sporco sudato e un po’ malato a dispetto del look dark-emo-fighetto del gruppo proveniente dall’Essex.

Quando ho scaricato il nuovo singolo, Sea Whitin A Sea, ed ho visto la sua durata (7 minuti), come si dice dalle mie parti: m’è venuto freddo. E’ una tempistica da rock progressivo e a me già solo la parola progressivo mette i brividi. Temendo, così, una genesizzazione dannosa per le mie orecchie mi sono accostato titubante all’ascolto. Per fortuna così non è stato, anche se le chitarre fuzzate a manetta sembrano essere un lontano ricordo e l’elettronica è entrata in modo prepotente. Dopo qualche ascolto di questa canzone dalla melodia sghemba devo dire che gli Horrors sono dei pazzi incoscienti e per questo mi piacciono. Più che genesizzazione parlerei di una neworderizzazione che fa capolino intorno al terzo minuto e quaranta secondi che fa dimenticare il debutto di un paio di anni fa e proietta il gruppo verso nuovi territori. Il full length, uscito lo scorso quattro maggio non mantiene le promesse del singolo ma mischia ulteriormente le carte servendo sul piatto una new wave inattesa ma non per questo meno gradita. Coraggiosi.

Sul fronte pop si fa di nuovo vivo quel marpione di Jarvis Cocker che ci propone il nuovo singolo Angela, una canzonetta innocua che scivola via umida come la pioggerellina primaverile. I tempi belli dei Pulp sono ormai un lontano ricordo e al solo pensiero scende una lacrimuccia.

Di ben più alto spessore il debutto di Karin Dreijer Andersson alias Fever Ray, già voce dei The Knife. L’omonimo disco è un cupo effluvio di pop elettronico figlio della Bjork meno sperimentale. Al sottoscritto, che proprio non riesce a digerire l’ex Sugarcubes, la bionda svedese invece è piaciuta parecchio. E non solo musicalmente…..

Redivivi anche i Kasabian alfieri di quella grande promessa rock-dance mai mantenuta il cui album in uscita tra maggio e giugno è anticipato dal singolo Vlad The Impaler. Un ritmo trance-dance con batteria a palla che con un opportuno remix sarà la gioia dei dancefloor meno commerciali. Caruccio il video in stile b-movie anni settanta con una goccia di sano splatter casalingo.

 


Kasabian - Vlad the Impaler from Kasabian on Vimeo

 

Più della musica in sé è molto interessante il dibattito che si è aperto in rete sugli austriaci Soap & Skin. C’è chi osanna il loro Lovetune For Vacuum come i tipi di Ondarock che gli appioppano un otto bello bello (e se leggete il suddetto sito concorderete con me che un loro otto equivale ad un 10++ di qualsiasi altro sito, tranne Pitchfork) e c’è chi lo stronca inesorabilmente. Noi vogliamo bene a tutti, anche a quelli che forse non se lo meritano e, quindi, ci poniamo a metà strada. E’ un disco umorale che più della musica conta l’attitudine di chi lo ascolta. In tempi diversi può provocare un’orchite fulminante o uno stato estatico di contemplazione/esplorazione del nostro subconscio. Penso che questo sia sufficiente per sapere a cosa si va incontro.

E finiamo con i giapponesi Mono. Monolitici, “Monomentali”, Monotoni, Monocordi, Monotematici e Monomarcia (molto bassa), ma chissà perché mo(no)lto affascinanti. Un mistero. Il titolo del nuovo disco è tutto un programma: Hymn To The Immortal Wind. Promessa mantenuta.


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Postato da VeraJ alle 13:20 di martedì, maggio 12, 2009
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