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Il caso dei libri scomparsi

Israel Armstrong è un giovane laureato. E‘ mezzo ebreo e mezzo irlandese, vegetariano, sovrappeso e timido oltre misura. E’ stato assunto come bibliotecario nella piccola ed inospitale cittadina di Tundrum nell’Iranda del Nord e si è appena trasferito da Londra. Isreal nutre molte speranze verso il nuovo impiego, speranze che s’infrangono contro l’ostilità degli abitanti di Tundrum, il fatto che la biblioteca è appena stata chiusa e che nessuno lo stia aspettando.


 






Che cosa è successo a Mr. Dixon?

Per il centenario del Dixon & Pickerings l’unico centro commerciale di Tundrum, Israel Armstrong deve allestire una mostra illustrata sulla storia del negozio. Durante l’allestimento lo stesso Israel scopre che dalle casseforti del centro commerciale sono sparite duecentomila sterline e il proprietario, Mr Dixon, è scomparso. Chi è il colpevole? La polizia sospetta di Israel che per provare la propria innocenza dovrà inventarsi detective per scoprire il vero colpevole.

 

 



La avventure del bibliobus di Tundrum sono un valido esempio di un cattivo rapporto qualità/prezzo.

Le copertine attraenti e le storielle semplici, gradevoli e a tratti divertenti che si leggono in mezza giornata non giustificano la spesa di ogni singolo volume: dieci euro. Non che le storie del povero Israel siano brutte o, peggio, scritte male. Ma, proprio come il suo protagonista, sembra che manchi loro la spinta che le facciano decollare. E così come Isreal rimane un eterno sfigato, le sue vicende scivolano via senza lasciare altro che l’amaro in bocca per come sarebbero state se l’autore  avesse voluto o potuto osare di più. Le trame sono praticamente inesistenti, relegate a pretesto per indagare la complessa personalità del protagonista e del difficile rapporto con i nuovi concittadini. Rapporto inquinato soprattutto dalla non facile convivenza “politica” che rende, agli occhi degli irlandesi, il povero bibliotecario un emissario dell’imperialismo britannico. Temi, questi, che potrebbero anche essere intriganti se fossero trattati con più profondità e non relegati in secondo piano per favorire le scenette fantozziane che, in alcuni casi, sorprendono come una minestrina riscaldata.

Se i volumi fossero pubblicati in edizione economica, l’acquisto sarebbe caldamente consigliato, ma a questo prezzo è meglio lasciar perdere.

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Postato da VeraJ alle 12:40 di lunedì, settembre 07, 2009
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Categorie del post: libri, letteratura Grazie per i vostri commenti |commenti

Non ho mai amato molto i vampiri. Ad essere sinceri, non ho mai trovato un motivo plausibile a questa mia idiosincrasia e probabilmente tutto è dovuto al fatto che il vampiro è sempre stato una figura un po’ inflazionata. Specialmente oggi che la pietosa saga di Twilight sembra essere stata assunta come culto dalle pletore adolescenziali, il mondo delle parole e delle immagini è tornato a popolarsi massivamente di queste pallide creature notturne.

Sembra che il vampiro sia considerato come l’archetipo dell’immaginario dell'orrore, anche grazie alle immortali interpretazioni cinematografiche di Bela Lugosi e Christopher Lee o, in tempi più recenti, grazie al Dracula di Francis Ford Coppola. Probabilmente il ruolo è meritato ma come tutti i modelli di uno stile, letterario e/o cinematografico, sovente rischia la sovraesposizione. Nella figura dai canini aguzzi questo rischio è aumentato di recente poiché oltre alla letteratura, al cinema e alla musica, il modello “vampiresco” è entrato a far parte di uno stile di vita e di una cultura dark gotica ormai uscita dall’underground e che lambisce i confini del mainstream. Senza perdersi in voli pindarici basta dire che il vampiro ciclicamente e forse inesorabilmente anche grazie al suo sguardo magnetico e seducente, attira e affascina il pubblico e fa “cassa”.  E quindi lo troviamo dappertutto. Anche di giorno.

Sarà per questo motivo che non amo i vampiri o forse è solo questione di gusti.

Tutte queste parole per spiegare che il mio approccio al romanzo di Lindqvist non è stato dei migliori.

Lo scetticismo che prevaleva sull’interesse, però ha ceduto il posto alla curiosità e così, pur se titubante, ho iniziato la lettura di Lasciami Entrare. Alla fine meno male che il gatto ha ceduto alla curiosità perché è rimasto soddisfatto anche senza dover morire (di noia) per poi resuscitare.

Oskar ha dodici anni e vive con la madre a Blackeberg, un quartiere degradato della periferia di Stoccolma. La vita di un adolescente non è semplice, se poi i tuoi genitori sono separati e i soliti bulletti della scuola ti danno il tormento allora la tua vita diventa quasi un inferno. Per questo, Oskar è un ragazzo solitario, introverso e taciturno che trova “consolazione” in un album in cui mette articoli di cronaca nera che ritaglia minuziosamente dai giornali. Ed è proprio nel suo quartiere che accade qualcosa di terribile: viene ritrovato il cadavere di un ragazzo completamente dissanguato. E’ il primo di una serie di efferati omicidi che sconvolge la tranquilla vita di Blackeberg. L’ipotesi di una serie di omicidi rituali accresce una paura che striscia e s’insinua in tutti gli abitanti tranne che in Oskar, che vede nelle gesta dell’assassino la chiave di volta per vendicarsi dei suoi aguzzini. Anche la sua solitudine subisce un duro colpo perché improvvisamente compare Eli, una strana ragazzina che esce soltanto di notte, pallida, emaciata e con uno strano odore. Oskar la fa entrare nella sua vita che forse cambierà per sempre.

La forza di Lasciami Entrare non sta tanto nella trama che ricalca abbastanza fedelmente i canoni delle storie dell’orrore o nella prosa asciutta, priva d’inutili barocchismi, che mira e colpisce l’obiettivo senza girarci intorno, quanto nella chiave di lettura del romanzo stesso. Una chiave che apre diverse porte e va ricercata non nella storia o nei personaggi, ma su chi manipola come un burattinaio questi ultimi: la solitudine. Il romanzo di Lindqvist è un romanzo d’isolamento, di abbandono ed emarginazione. Sono questi i veri protagonisti, il motore che fa muovere persone ed eventi. La solitudine accompagna i personaggi del romanzo e li guida nelle proprie azioni fino a quando scoprono che esiste sempre un’alternativa che si può trovare nell’amore e nell’amicizia. Basta capirlo prima che sia troppo tardi. Perché è proprio l’amore che annulla tutte le barriere e pregiudizi e fa guardare alla vita e alle persone con occhi nuovi, con i quali ciò che prima sembrava sbagliato non diventa legittimo ma almeno necessario. 

Molto di più, quindi, di una semplice storia dell’orrore. In questo romanzo la figura del vampiro sembra essere un’iperbole posta a evidenziare drammaticamente la solitudine di chi la società considera “diverso”. Una solitudine che è sorella di quella dell’emarginato, del malato, del criminale, della madre separata o semplicemente di chi ha smesso di cercare l’amore perché ormai troppo stanco.

Il “Lasciami Entrare” del titolo non è solo la richiesta del vampiro di poter entrare nelle abitazioni delle vittime (i vampiri non possono entrare nelle case se non espressamente invitati), per nutrirsi o anche solo per trovare qualcuno con cui parlare, ma è la supplica di chi sta cercando di entrare nella vita della persona che ama, ma trova sempre la porta chiusa.

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Postato da VeraJ alle 11:46 di venerdì, febbraio 27, 2009
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Categorie del post: letteratura Grazie per i vostri commenti |commenti

E' uscito il nuovo numero di Write Up!. Il tema di questo mese è la musica della malinconia. Preparate i fazzoletti prima d'iniziare a leggere.

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Postato da VeraJ alle 15:47 di giovedì, gennaio 22, 2009
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Categorie del post: letteratura Grazie per i vostri commenti |commenti
Agota Kristof, classe 1935 è nata a Csikvánd in Ungheria, il 30 ottobre. Nel 1956 a causa dell’intervento dell’Armata Rossa per reprimere la rivolta popolare contro l’invasione sovietica, la Kristof fugge con il marito e la figlia e si rifugia in Svizzera, dove risiede tuttora. Il suo primo romanzo Il grande quaderno, viene eletto “Libro Europeo” e confluirà insieme a La Prova e La Terza Menzogna nella Trilogia della città di K. Opera considerata all’unanimità come il suo capolavoro.
La trilogia è un romanzo angosciante. Non solo perché narra la barbarie di una guerra vissuta e vista con gli occhi di due bambini (gemelli) che vengono portati dalla loro mamma lontano dalla città, per evitare i bombardamenti e affidati ad una nonna che si rivela fredda e crudele. L’angoscia che deriva dal leggere i fatti che accadono a Lucas e Claus è sì causata dalle crudeltà sia fisiche sia psicologiche a cui i due bimbi sono sottoposti, ma è amplificata dalla loro reazione alla malvagità degli adulti. Per sopportare le violenze, gli abusi e gli insulti i due gemelli non possono fare altro che rimanere impassibili, assorbire il male ed il dolore imparando ad essere duri e quasi indifferenti nei confronti di ciò che succede. Una scuola del dolore che indurisce i corpi e le anime.
Se i primi due libri (Il Grande Quaderno e La Prova) seguono il difficile percorso di Lucas e Claus in modo lineare, l’ultimo (La terza Menzogna) è una brusca svolta nelle loro vicissitudini che destabilizza il lettore portandolo a dubitare di tutto ciò che ha letto. Ci si chiede se tutto quello è stato raccontato sia la verità, oppure una menzogna. Si dubita di tutto e tutti, fatti e persone. Ci si chiede se l’autrice si sia divertita a giocare crudelmente con i suoi personaggi e (di riflesso) con il lettore, portandolo a non fidarsi più delle sue parole. Ma è poi tutta colpa dell’autrice? O il castello di fatti e personaggi costruito lentamente pietra su pietra è una necessità che i protagonisti hanno per sopportare una vita fatta di violenza e abbandono? La menzogna non può essere utilizzata come strumento per sopravvivere?
E’ abile la Kristof ad utilizzare l’indicativo presente; tutto è adesso. Il passato sembra non contare o addirittura non esistere perché è solo il presente ad essere importante.
In conclusione, la Trilogia Della Città di K è un libro affascinante e terribile la cui lettura scivola via velocemente; è così fluido lo scorrere delle parole che si è quasi ipnotizzati, senza che ciò lasci indifferenti. Anzi, alcuni passaggi sono così emotivamente duri da essere dei veri e propri pugni allo stomaco. E’ un continuo chiedersi come andrà a finire che rende difficile lasciare la lettura in sospeso. Ed una volta terminato, si chiude il libro con più di un interrogativo.
Ci si chiede, soprattutto, se la verità non sia altro che la percezione soggettiva dei fatti. Una percezione in cui la menzogna non è più tale.
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Postato da VeraJ alle 09:40 di mercoledì, novembre 19, 2008
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Dopo un'assenza durata qualche mese è ritornata la rivista di letteratura musicale Write Up! Il nuovo numero è online. Basta cliccare sull'immagine sottostante.

L'autunnalissimo tema di questo mese è il seguente: "Le canzoni che parlano di una Lei e quelle che parlano di un Lui. Qual è quella che ci è rimasta dentro? E quella persona di cui la canzone canta ci ricorda veramente qualcuno che è stato vicino a noi o che lo è tuttora o ci fa fantasticare su qualcuno che avremmo voluto conoscere, amare, ma che non è mai arrivato... o che ci è sfuggito! Nel 1975 qualcuno cantava “Corriamo sullo stesso vecchio terreno. E cosa abbiamo trovato? / Le solite vecchie paure / Vorrei che tu fossi qui…"

Un consiglio: astenersi cuori infranti e ancora sanguinolenti.

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Postato da VeraJ alle 12:05 di lunedì, novembre 17, 2008
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Se una mattina vi svegliaste, usciste di casa e la gente incominciasse a fermarvi e a chiedervi l’autografo che cosa pensereste? Che probabilmente assomigliate a qualche personaggio famoso. E se vi accorgeste, invece, che non è così, ma che siete diventati famosi da un giorno all’altro e senza conoscerne il motivo? Questo è quello che capita a Georges Frangin, il protagonista del romanzo dello scrittore francese Serge Joncour. Single impenitente e disoccupato cronico si ritrova da un giorno all’altro, lui che da una vita si dedicava esclusivamente a non farsi notare, ad essere una celebrità. Senza aver fatto nulla. Comincia così la surreale avventura di Serge che si trova a far fronte alle difficoltà di condurre la sua vita in modo normale ora che è diventata di dominio pubblico. La ricerca del motivo del suo presunto successo lo condurrà a scoprire d’essere l’ennesima Star costruita a tavolino da un sistema che ha sempre bisogno di nuove stelle da dare in pasto ad un pubblico onnivoro, che beve qualsiasi cosa la televisione gli propini; anche un essere umano qualunque, che non è dotato di particolare talento e che ha sempre vissuto una vita anonima. Durante la lettura di questo piacevolissimo romanzo è impossibile non affezionarsi al patetico Serge, perdente nato, disincantato e per questo dotato di un senso dell’umorismo fatalista. Il merito dell’autore è quello di riuscire a non esagerare evitando di ridurre il protagonista ad una macchietta offuscata dalla descrizione dei fatti. Non c’è traccia del mondo patinato dello star system, non è un’orgia di sesso, droga e denaro perché il più grande scompiglio che si crea nel povero protagonista è interiore. Da sempre abituato ed essere solo, si trova all’improvviso a condividere nolente la propria vita con milioni di persone, diventa oggetto d’attenzioni e premure che un uomo qualunque mai avrà e dovrà fare cose che non vuole fare ma che bisogna fare per mantenere il suo status di celebrità. La vita non sarà più sua, ma di tutti. Almeno finché qualcuno deciderà altrimenti.

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Postato da VeraJ alle 15:55 di venerdì, maggio 19, 2006
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Sogni di sesso e di Stage diving è un girotondo di personaggi problematici, depressi e nevrotici che si muove intorno alla figura di Elfish, una metallara cinica, disincantata, bugiarda e inaffidabile che per ottenere ciò che vuole non si fa scrupolo di usare chi le sta intorno in modo così spudorato da essere più rivoltante del fatto che non si lavi da mesi. Il suo unico scopo nella vita è poter chiamare il suo gruppo metal col nome di Queen Mab (la fata dei sogni di Giulietta e Romeo), nome che però appartiene al gruppo del suo ex ragazzo Mo. Per riuscirci dovrà imparare entro due settimane e recitare in pubblico l’intero monologo della fata Shakesperiana. Pena la negazione da parte di Mo di utilizzare il nome del gruppo e fare qualsiasi cosa lui gli chiederà.

Tra sudiciume, vomito, sbronze colossali, sesso e stage diving (l’arte di salire sul palco durante i concerti metal e tuffarsi sulla folla) Elfish manipolerà le fragilità psicologiche di chi la circonda per cercare di raggiungere il suo obiettivo.

I personaggi che popolano il romanzo di Martin Millar sono dei perdenti. La consapevolezza dei sogni infranti li fa chiudere in casa a mangiare e vomitare in un eccesso bulimico parossistico, l’amore perduto li porta a programmare improbabili videogiochi deprimenti e che nessuno vorrà mai pubblicare. Sconfitti dalla vita a soli vent’anni non sanno, perché non vogliono, rialzarsi. L’unica a dare una scrollata energica alla propria vita, anche se per un motivo banale, è proprio Elfish e questa scossa coinvolgerà e sconvolgerà anche la vita dei suoi “amici”. Anche se con metodi esecrabili è l’unica che alza la testa e reagisce, mentre gli altri continuano a crogiolarsi nei propri ruoli d’eterni sconfitti.

Il romanzo di Millar è una lettura piacevole dalla prosa scorrevole e a tratti divertente. Ideale da leggere comodamente seduti su una panchina sotto il tiepido sole primaverile, provando a cercare quali delle nostre paure, comportamenti e pensieri si riflettono nei personaggi dell’autore britannico.

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Postato da VeraJ alle 10:48 di giovedì, maggio 18, 2006
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Non ho ancora capito se Julian Cope sia un pazzo scatenato o se stia prendendo in giro il mondo intero. Probabilmente si tratta di entrambe le cose con l’aggiunta di quel pizzico di sostanze stupefacenti che insaporisce il tutto. Comunque sia il buon Julian rimane sempre un personaggio affascinante e sincero e la lettura della sua autobiografia non fa altro che avvalorare questa tesi. Lontano anni luce dal patinato mondo delle rock star multimilionarie la vita del nostro ha conosciuto momenti di gloria con i Teardrop Explodes mentre la sua carriera solista si è districata tra dischi belli e meno belli, tra alti e bassi che sono lo specchio del carattere e l’attitudine incostante dell’uomo Cope. Ed è proprio l’uomo, non l’artista, ad emergere da questa autobiografia. Un uomo con le proprie debolezze, invidie, errori, ma anche le idee e le certezze e una dignità (soprattutto artistica) di fondo che lo rendono, paradossalmente al proprio carattere, un uomo coerente. Gli anni del punk e della new wave, di cui i Teardrop furono tra gli esponenti di rilievo, rivivono in queste righe colme di aneddoti sui gruppi inglesi dell’epoca senza essere inquinati da malinconici sentimentalismi. E’ il ritratto lucido e disincantato d’un tempo andato anche se è un ritratto logicamente “di parte” e forse il bello è proprio questo. Dove lo trovate un altro artista che parla senza troppi giri di parole della sua eterna gelosia nei confronti di un altro artista (Ian McCulloch Degli Echo & The Bunnymen), che pensa solo di essere uno sfigato e un insicuro e dove ammette di aver copiato a destra e a manca per comporre le proprie canzoni?

Lunga vita allo sciamano del Rock!

Julian Cope --  Head On/Repossessed -- Lain Books (pp. 704 - € 18.50)

(per un approfondimento vi rimando alla mia recensione del suo ultimo disco, cliccate qui)

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Postato da VeraJ alle 13:23 di martedì, gennaio 17, 2006
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Un uomo che non si sa chi sia. Non si sa quando e dove sia nato. Un uomo che esiste da sempre. Un uomo che vive e non può morire. Nei suoi occhi s’intrecciano memorie di secoli lontani e nella sua mente giace la storia dell’ intera umanità. Nessuno sa quale sia il suo scopo, forse nemmeno lui. E ‘ un attore che recita un ruolo fondamentale, anche se nascosto, nelle umane vicissitudini. Un angelo (o un demone) capace di cambiare il corso della storia, come se stesse correggendo gli errori di un disegno imperscrutabile o se lo stesse semplicemente portando a termine. Il suo sguardo freddo nasconde la nostalgia di epoche morte e la rassegnazione ad una condizione che neppure lui comprende in pieno. Marionetta tre le marionette in un emozionante gioco grafico di chiaroscuri; gioia per gli occhi e cibo per la mente.

A. Breccia e H. Oesterheld
MORT CINDER - IL VAGABONDO DEL TEMPO

I Classici Del Fumetto Di Repubblica - Serie Oro

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Postato da VeraJ alle 12:11 di domenica, gennaio 15, 2006
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