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Avendo poco tempo da dedicare al mio hobby preferito, ho deciso di continuare ad essere parte del circuito postando di mese in mese tre dischi tre, scelti come un buon cane da tartufi nel marasma di Internet. Solo ascoltando in rete qualche brano e fidandomi del mio sesto senso che, anche in un passato recente, mi ha aiutato a trovare nel sottosuolo perle di varia natura. Questo mese, portafogli permettendo, l’acquisto se lo giocano questi tre titoli. Attendo con ansia dei commenti a queste mie scelte.
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Zen Circus: Andate Tutti A Fanculo. Ascoltati un paio di brani. Folgorazione immediata, It’s Paradise e Canzone Di Natale sono amore a prima vista.
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The Leisure Society: The Sleeper. Chi mi conosce lo sa. La terra d’Albione è la mia patria musicale naturale. Loro sono un perfetto milk shake di british sound. Come dei The Coral più maturi, valorizzano una scrittura cristallina con orchestrazioni da favola. Perfetti per rilassarsi sul divano dopo una giornata di lavoro.
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Vic Chesnutt: At the Cut. Dubito che il mio cantautore preferito possa sbagliare un colpo.
Questo è il giusto prosieguo di North Star Desert sempre con The Silver Mt. Zion a fare da backing band. L’autunno è mai giunto così puntuale: le foglie ingialliscono e seccano ma continuano a rimanere attaccate a quel vecchio albero quale è Vic.
Simone
Corsi e ricorsi storici: ritorna lo shoegaze. La reunion dei My Bloody Valentine non ha placato la vostra sete? Conoscete a memoria ogni singola nota dei Jesus And Mary Chain? Bene, i londinesi The Big Pink sono qui per ricordarvi di guardare sempre e solo le vostre scarpe. A Brief History Of Love è saldamente inchiodato a quell’epoca romantica e distorta, non potrà non piacervi. Per tutti gli altri è l’occasione di entrare a far parte di questo mondo senza procurarsi dei mal di testa spettacolari. Per quelli, rimangono buoni i capostipiti.
http://www.myspace.com/musicfromthebigpink
Tra le “chicche” di questo nuovo appuntamento, imperdibile per i malati del download selvaggio, segnalo I Can Be A Frog, il primo estratto dal prossimo album dei Flaming Lips, il nuovo singolo dei Vampire Weekend (Horchata) e un Julian Casablancas alfiere della “fighetteria indie radical chic” in overdose di anni ottanta. Per chi ama le emozioni (molto) forti Lovecraft’s Death dei Septicflesh eleargirà adeguate soddisfazioni.
Infine una compilation: Haunted By Ghosts. Tutti i gruppi che nel 2009 hanno lavorato per la Ghost PR in una botta sola.
Per scaricare la compilation clicca qui (.zip, 112.44 MB) Front/Back cover: download
Se invece volete scaricare I singoli brani ecco i link:
1. Hot Gossip – Everybody Else
2. 65Daysofstatic – Retreat! Retreat!
3. The Ties And The Lies – August Is For City Lovers
4. Reigns – Everything Beyond These Walls Has Been Razed
5. Jeniferever – Green Meadow Island
6. Dente – Vieni A Vivere
7. Barzin – Nobody Told Me
8. Black Eyed Dog – Salinas
9. En Roco – Sudano Gli Occhi
10. The Lonely Rat – Late Lovers’ Lane
11. Canadians – A Dive Into Tears
12. Lorenzo Bertocchini & The Apple Pirates – Everybody
13. Ronin – Meandro
Sarà destinato ad essere uno degli album migliori dell’anno? Secondo noi sì, anche solo per la copertina! Giunti al secondo disco i Baroness, dopo l’ottimo esordio del Red Album pubblicheranno il prossimo 13 ottobre Blue Record che, fin dall’anterprima, promette emozioni forti. A patto di saper prevaricare barriere e pregiudizi.
Toh! Chi si rivede: il caro e vecchio stoner rock! Da Mestre ecco l’esordio dei Maya Mountains. Hash And Pornography è una colata lavica che scaturisce da un amplesso tra i Kyuss e gli Hawkwind su cui una voce a tratti inquietantemente simile a quella di Ozzy ci ricorda che tutto è incominciato lì: dai Black Sabbath o quasi.
Un piacevole macigno.
http://www.myspace.com/mayamountains

Stiamo parlando di tizio che ha vissuto per dieci anni come un eremita nell’Est dell’Alabama. Solo con le sue canzoni. Dopo il timido e riservato debutto discografico nel 2007 Stars Fell On quest’anno è uscito New Moon Hand scritto in collaborazione con artisti del calibro dei Lambchop e Silver Jews. Willem Maker canta il suo amore per i grandi spazi e le proprie radici e lo fa con una poetica elettrica e malinconica che ricorda molto Neil Young. Un disco di country-blues rurale, ma che nasconde al suo interno una straniante vena gotico-esoterica, come ben si evince dall’affascinante copertina.
Mentre Vasco rifà (o sarebbe meglio dire disfà) i Radiohead. Beck, da qualche parte lontano, molto lontano, troppo lontano da certa mediocrità italica, rifà I Velvet Underground
Come dicevano quei tizi che amavano il silenzio: le parole sono davvero superflue.....
Record Club: Velvet Underground & Nico "Venus In Furs" from Beck Hansen on Vimeo.
Record Club: Velvet Underground & Nico 'Waiting for My Man' from Beck Hansen on Vimeo.
Record Club: Velvet Underground & Nico "Femme Fatale" from Beck Hansen on Vimeo.
Godetevi il malloppone da indigestione indie, pop, rock, folk, tricche tracche castagnole e sollazzatevi.
The Sign Of The Southern Cross: "Dead Skies"
Ghost Brigade: "My Heart is a Tomb"
Il disco in questione è degli Agony, s’intitola The Devil's Breath ed è uscito lo scorso luglio.
Lo trovate qui, ma per scaricarlo dovete prima registrarvi. E che sarà mai!
Courtesy of Pitchfork, Season of Mist, Cinismo Records
Quale definizione dare, nel 2009, al nome della band di Sheffield in un ipotetico dizionario musicale? Semplice: gruppo che, al terzo album, scarica le tossine accumulate dai consensi unanimi ottenuti in ogni angolo della terra e regala Humbug come antidoto a un cliché che li avrebbe resi una specie di treno ad alta velocità sui binari dell’ovvio.
Le scimmie ar
tiche sono intelligenti e al primo momento buono si scaraventano fuori dall’hype che rischiava di soffocarle. Humbug sa di virata, di ricerca di spazi, dove poter calibrare nuove trame sonore e di “grazie a coloro che ci hanno apprezzato fin dagli esordi, ma è tempo di cambiare”. Già dal singolo, presente ormai da qualche tempo in rete (Crying Lightningp), si capisce che l’ago della bussola non punta più nella solita direzione. A darne conferma viene in aiuto My Propeller, la prima traccia di un disco che sicuramente sarà tra i migliori del 2009. Scovando in rete altre chicche, non si può rimanere algidi ascoltando Secret Door o Cornerstone. Ma per dare un giudizio completo, attendo l’acquisto del disco facendomi solleticare dall’idea che molti estimatori della prima ora si troveranno spiazzati. Forse questo cambio di direzione alla maggior parte farà riporre il dischetto nel cassetto (concedetemi la rima), riprendendosi i vecchi cavalli di battaglia; per chi invece, come noi, è abituato a gustare la musica a 360 gradi, non sarà difficile leggere come un naturale nuovo tassello di un percorso che, speriamo, possa di volta in volta regalarci nuove sensazioni.
Ultima annotazione: produce Josh Homme (Queens Of The Stone Age). Firma assoluta di affidabilità, di spruzzate psichedeliche condite da riff ipnotici. Suoni che impattano in terreni aridi con ritmiche serrate. Ottima scelta, senza alcun dubbio.
Simone
Secondo appuntamento per i maniaci del download. Abbiamo fatto le cose in grande proponendovi ben 55 (cinquantacinque) pezzi che vanno dal pop all’avanguardia, passando per il rock indipendente e l’heavy metal (anche estremo). Musica per (quasi) tutti i gusti, con quattro “chicche”: il primo estratto dal prossimo album degli Amari, un inedito dei sempre più confusi e misteriosi Radiohead, un assaggio rumoroso dei Lightning Bolt e la cover di Poker Face (l’ultimo singolo di Lady Gaga) fatta dagli Orba Squadra.
E siccome per sapere dove andiamo dobbiamo sapere da dove arriviamo, ecco un paio di pezzi storici (per noi) dei Pentagram e dei Christian Death.
A seguire, di tutto, di più. Come la Rai.
Ricordiamo che tutti gli mp3 sono scaricabili gratuitamente e legalmente perché sono messi a disposizione dalle case discografiche o dai gruppi.
Per scaricare ogni singolo file, basta cliccare sul nome. Buon ascolto.
In Anteprima:
Radiohead: “These Are My Twisted Words”
Orba Squadra: “Poker Face (Lady Gaga cover)”
Un po’ di storia:
L’Alternativo è tuo papà:
The Gentleman Losers: "Laureline"
The Mean Jeans: "Steve Don't Party No More"
Best Coast: "Something in the Way"
Christmas Island: "Bed Island"
Dead Man's Bones: "My Body's a Zombie for You"
Vomit Heat: "Everything Is in Its Wrong Place"
Truman Peyote: "New Wife, New Life"
Pink Priest: "Field of Orgasms"
The Very Best: "Warm Heart of Africa"
Cold_Cave:_ "Laurels_Of_Erotomania"
Night Horse: "Choose Your Side"
Il Regno Del Metallo:
The Accüsed: “The Splatterbeast”
The Arrs: “Le ciel des uns est l'enfer des autres”
Ava Inferi: “Colours of the Dark”
Gnostic: “Sleeping Ground”
Destroyer 666: “Stand Defiant”
Drudkh: “Distant Cries of Cranes”
Naer Mataron: “Death cast a Shadow over you”
Cantata Sangui: “We'll have it on us”
Per molti ma non per tutti:
Jarboe & Mahakali: "Mahakali, of Terrifying Countenance"
Courtesy of Pitchfork, Season Of Mist, Matador, Orba Squadra, Riotmaker
Per la serie: Classifiche che lasciano il tempo che trovano Time Magazine ha pensato bene di stilarne una riguardante i dieci musicisti che hanno fatto la storia della chitarra elettrica. Il che non significa necessariamente i più bravi a suonare e i tecnicamente più dotati, ma i personaggi che in un modo o nell’altro hanno fatto entrare la loro sei corde nella leggenda. Anche perché all’undicesimo posto c’è Johnny Ramone, non proprio un virtuoso……
Questa è la classifica (il dibattito è aperto).
01. Jimi Hendrix
02. Slash
03. B.B. King
04. Keith Richards
05. Eric Clapton
06. Jimmy Page
07. Chuck Berry
08. Les Paul
09. Yngwie Malmsteen
10. Prince

Non è il titolo di un horror a la Sergio Leone, ma sono tre dei personaggi più caratteristici del “fabuloso” mondo del rock che, ultimamente, si sono dati alla pubblicità.
Lo spot di Iggy Pop è abbastanza incolore ma Ozzy Osbourne che riesce a trovare il cesso di casa solo grazie al navigatore satellitare è geniale. A voler essere caustici scommetto che la cosa non sia poi così distante dalla realtà!
Infine è strano vedere uno come John Lydon che a suo tempo si eresse a profeta del non futuro e della critica feroce e spietata al sistema, invecchiare fagocitato dallo stesso sistema che in gioventù cercava di combattere. Ma è sempre la solita, cara, vecchia truffa…
Puntualmente salta fuori qualche cervellone che dichiara per l’ennesima volta che il rock è morto.
Succede di nuovo nel numero de L’Espresso in edicola questa settimana (leggi). La solita storia di chi non sa (o non osa) guardare oltre i soliti grandi nomi ormai bolliti e “non si sporca le mani” con il cosiddetto underground. (Termine che non mi piace, ma che rende bene l’idea)
La musica “sudicia” è sparita?
Basta fare un giro in rete. Di musica “sudicia” (ma fatta bene) se ne trova quanta si vuole.
L’aria fritta non ci piace perciò apriamo la finestra e scarichiamo un bel po’ di roba assolutamente legale. Alla faccia di chi ci vuole male!
Iniziamo con una compilation proposta dalla Sub Pop. Quando aprirete il link verrete catapultati indietro nel tempo, negli anni’90, quando i siti web erano fatti proprio così. Nella compilation trovate Vetiver, The Vaselines, Fleet Foxes e molti altri. La trovate qui!
I nostrani Guignol propongono un ep dal titolo Canzoni Dal Cortile. Cinque canzoni tratte dal loro repertorio e reinterpretate in chiave acustica. Lo trovate qui!
Rimanendo in abito italico non posso non segnalarvi SUV il nuovo Ep degli E.Drunks. Solo questi pazzi vicentini sanno coniugare punk, (elettro)pop, new wave, e funk in manierà così folle da risultare geniale. Correte qui!
I Fine Before You Came rilasciano addirittura l’intero nuovo disco Sfortuna in free download. Santi Subito! Andate qui!
Gli artisti italiani sembrano essere molto generosi. Non fa eccezione il Carnifull Trio che offre cinque pezzi racchiusi nell’Infatti Ep. Volate qui!
E i Canadians mica stanno a guardare. Dracula Ep lo trovate qui.
Other Houses è messo a vostra disposizione da quei simpatici “geek” dei My Awesome Mixtape. Tre inediti e due remix in attesa del nuovo disco. “Geekkate” qui!
Per chi volesse una compilation indie rock con i fiocchi ecco la selezione che Silverfish Imperetrix è lieta di proporre (cliccate sul titolo per il download):
Lumina: I'll Be With You (Cover dei Black Lips fatta da
Cave Singers: Beach_House
Lightning Dust: I Knew
The Strange Boys:
The Strange Boys: Heard You Wanna Beat Me Up
Fanfarlo: I’m a Pilot
Quest For Fire: Hawk That Hunts The Walking
Black Lips and GZA: The Drop I Hold
Credo che per il momento possa bastare. E non dite che non vi vogliamo bene.
Archiviate le vacanze e dopo esserci ripresi dai ben quattro commenti al post dei Tinariwen (era dal 2005 che non accadeva una cosa simile e a forza di brindisi per celebrare l’evento è da un mese che siamo ubriachi) è giunto il tempo di riprendere le trasmissioni.
Un’estate, per quanto riguarda il sottoscritto, all’insegna del metallo pesante. Mastodon (Crack The Skye l’ho consumato), Amorphis (ottimo il nuovo Skyforger) e gli immortali e immarcescibili Iron Maiden che con il loro bel filmetto Flight 666 sono riusciti a farmi scappare qualche lacrimuccia ripensando ai bei tempi andati quando il limitar di gioventù salivo e giravo mezza Italia per andare ai loro concerti…… Unica deviazione dal sentiero lastricato di metallo i Mono il cui sinfonico Hymn To the Immortal Wind è stato la colonna sonora delle serate trascorse in terrazza ad aspettare una brezza che non arrivava. Un vento immortale sarebbe stato chiedere troppo ma almeno un venticello lieve che lenisse un po’ l’afa opprimente ci poteva stare. Così non è stato e allora sudaticci e appiccicosi vagavamo per le quiete stanze senza riuscire a prendere sonno. Indecisi se ascoltare il nuovo Current 93
Cazzeggiando allegramente in rete mi sono imbattuto in alcune cosucce simpatiche.
La prima è un mash up (un brano musicale composto interamente da parti di altri brani, dichiara Wikipedia) “composto” da un dj austriaco, DJ Schmolli, che ha pensato bene di miscelare The Trooper degli Iron Maiden con I’m A Believer dei Monkees. Contrariamente a quanto si possa pensare il risultato è tutt’altro che disprezzabile.
A “Mai Più Senza” Noel Gallagher che spende una buona parola per Chris Martin dei Coldplay: “Guardo a Chris Martin che dice di non aver mai preso droghe in vita sua e penso che sia un idiota. Drogarsi è la cosa più bella dell’essere in una rockband. Fino al 1998 ci avrò speso almeno un milione di sterline, poi ho smesso…”
Il buon Noel non risparmia nemmeno gli U2, ma come dargli torto? (clicca QUI per leggere l’intervista)
Ascolto Preventivo
Stanco della solita musica, lobotomizzato da nuovi hype o presunti tali, che dopo qualche mese (sovente settimane), scoppiano come una bolla di sapone, dirigo la mia attenzione sui Tinariwen, poiché il 29 giugno scorso è stato pubblicato il nuovo Imidiwan: Companions. Come il bacio del principe azzurro di turno, sveglio metaforicamente la mia Biancaneve, che da settimane aveva preso il sopravvento, e corro al pc per eliminare le tossine della noia e ascoltare il gruppo che maggiormente mi ha emozionato negli ultimi anni. Se qualcuno fra voi accetta la sfida, potrei scommettere che questo sarà uno dei dischi fondamentali del 2009. Il perché è semplice: nessun gruppo in scena di questi tempi ha saputo mischiare in maniera così naturale folk, rock e blues. Il precedente Aman Iman possedeva un paio di hit (Cler Achel e Matadjem Yinmixan) capaci di prendere a sassate qualsiasi rock band nostrana. Suoni luridi, terricci, ossessivi, ma all’occorrenza anche sussurrati. Un album compatto e non un pastiche afro costruito a tavolino per futili motivi commerciali, ma dodici solide tracce che trasudano amore per le proprie origini. I Tinariwen hanno sostituito i fucili utilizzati dalla ribellione dei tuareg con le chitarre mantenendo però alta la mira. Con questo nuovo disco (che non ho ancora ascoltato con attenzione, limitandomi alle prime invitanti tracce) il gruppo malese non cerca la riconferma (compito lasciato ad Aman Iman), ma si limita a giocare sullo stesso terreno dei precedenti. Nei brani che ho avuto modo di ascoltare, ho notato niente di più ma niente di meno della solita capacità, già riscontrata in precedenza, di metterci l’anima. E i Tinariwen riescono, in questo modo, a farci vedere il deserto anche da qui, dalle colline delle Langhe. Qualcuno la chiama magia.
Simone
Sembra che la musica non conosca la parola crisi.
In questo periodo di vacche magre le uscite continuano a riversarsi come pioggia sul povero ascoltatore medio cui non basterebbero giornate di quarantotto ore per ascoltare tutto quello che le case discografiche gli propinano. Che poi il (vogliamo essere buoni?) 70% di quello che esce, è suddiviso tra fuffa e la solita minestrina riscaldata è un altro discorso e che, se l’appassionato medio dovesse comprare comunque il restante 30%, dovrebbe accendere un mutuo ventennale a tasso variabile (solo a salire con base del 70%) da “Giggi Er Cravattaro” è ancora un altro discorso.
Siccome da queste parti non facciamo parte dell’eletto popolo dei giornalisti musicali e non sappiamo neppure quale sia il misterioso significato delle parole copia e promozionale ci limitiamo a scaricare (solo roba legale) o a comprare. Per farci un’idea di cosa c’è in circolazione ci si affida a Myspace e alla bontà dei gruppi e delle etichette che mettono a disposizione samplers o brani in streaming. Capirete che, per questo motivo, le discussioni dei dischi qui fioccano quasi come la neve a luglio e nella quasi totalità delle volte si parla pressoché bene del disco in questione. Perché prima di spendere come minimo diciassette eurini per un pezzetto di plastica, prima lo ascoltiamo per benino. Mica siamo così masochisti da spendere i nostri sudati euri in roba nauseabonda, no?
Dopo questa premessa di cui certamente sentivate il bisogno come una puntata di X-Factor è giunto il tempo di andare al sodo.
Ritornano i Warlocks, che dopo l’abbuffata acida di Heavy Deavy Skull Lover sembrano aver ingerito una dose massiccia di Maalox prendendo a calci nel sedere i Jesus And Mary Chain calmando un po’ le acque. Red Camera, il singolo che si può ascoltare sul Myspace del gruppo o sul sito della Tee Pee Records e che anticipa il full length The Mirror Explodes è una piacevole litania psichedelica a tinte cupe che piacerà assai a chi mastica gli stregoni anche a colazione.
Sempre dalla Tee Pee (lode e gloria ora e sempre nei secoli dei secoli) arrivano due nuovi gruppi da tenere d’occhio.
I Quest For Fire che propongono del sano rock classico impiastricciato, o impasticcato fate voi, con gradevoli e leggere sfumature lisergiche mai opprimenti e i Naam che, invece, offrono un rock un po’ più pesantino e diretto, con chitarre che ricordano i Black Sabbath più veloci, un uso sapiente del wha-wha e interludi sintetici che stemperano l’atmosfera proiettandola verso territori spaziali. Non fanno gridare al miracolo ma l’ascolto è piacevole.
Ora preparatevi ad aprire il distorsore e a smanettare alla grande con la barra tremolo mettendo alla prova il vostro collo con un furioso headbanging perché stiamo per addentrarci nella terra del Metallo.
Incominciamo con il (a me) gradito ritorno dei My Dying Bride artefici di un catacombale e romantico doom che ha fatto scuola. For Lies I Sire è l’ultima fatica e vede Aaron e soci continuare imperterriti sulla strada da loro stessi inaugurata abbandonando purtroppo e penso definitivamente, qualsiasi velleità di sperimentazione (34.788%... Complete sembra che sia piaciuto solo da queste parti). Comunque i MDB sono come la pizza. E’ sempre pizza ma è buona. L’arricchimento d’organico con il ritorno del violino è stata una cosa buona e giusta; un malinconico valore aggiunto che dona più atmosfera alla sepolcralità delle composizioni. Bentornati.
Dev’essere spiazzante, per chi li segue (non io), il nuovo disco degli Eluveitie, Evocation I: The Arcane Dominion. Un guazzabuglio di folk acustico di sapore celtico introdotto da una copertina esilarante: un omino tutto muscoli in vichinga “posa plastica” con sul capo delle…. corna di cervo! Più trash di così…… Un disco della serie: siamo cattivi e metallari, ma siamo ottimi musicisti e ve lo dimostriamo illustrandovi le nostre radici pagane e paniche (da Pan, naturalmente). Ai concerti del gruppo svizzero anziché il classico pogo sono previste allegre danze occitane di gruppo.
I Mastodon con Crack The Skye, già fuori da qualche tempo, hanno fatto il botto. Complice una recensione da denuncia penale, di cui ho rimosso il nome dell’autore e che paragonava Leviathan al nuovo Master Of Puppets (!) acquistai la citata opera che non solo non aveva nulla a che fare con il capolavoro dei quattro cavalieri, ma risultava essere “solo” un disco di buona fattura acerbo e ancora troppo spigoloso. Da allora in poi ho seguito marginalmente e con un po’ di diffidenza i Mastodon e non certo per colpa loro. Con Crack The Skye torno sui miei passi elogiando e coprendo d’incenso il gruppo americano che ha partorito un grande disco, limando le spigolosità e aumentando la melodia a discapito del growling, mantenendo però intatte, furia velocità e aggressività. I nipotini dei Metallica?
Infine gli Isis che tornano con il loro Post-Metal (permettetemi il neologismo). Wavering Radiant è la loro nuova fatica. Ed è una fatica arrivare fino alla fine del disco. Ma com’è che si dice? Stanchi ma soddisfatti.
Per non essere travolti dalla furia del metallo rovente non possiamo far altro che rintanarci nel garage sottocasa dove incontriamo gli Horrors che devono essersi flippati (e di brutto) il cervello. Il loro debutto di due anni fa, Strange House, non era affatto male e aveva un grande pregio (aiutato in questo dal solito hype programmato dalla stampa inglese) e cioè quello di far conoscere alle nuove imberbi generazioni, portandolo finalmente in superficie, il garage rock; quello sporco sudato e un po’ malato a dispetto del look dark-emo-fighetto del gruppo proveniente dall’Essex.
Quando ho scaricato il nuovo singolo, Sea Whitin A Sea, ed ho visto la sua durata (7 minuti), come si dice dalle mie parti: m’è venuto freddo. E’ una tempistica da rock progressivo e a me già solo la parola progressivo mette i brividi. Temendo, così, una genesizzazione dannosa per le mie orecchie mi sono accostato titubante all’ascolto. Per fortuna così non è stato, anche se le chitarre fuzzate a manetta sembrano essere un lontano ricordo e l’elettronica è entrata in modo prepotente. Dopo qualche ascolto di questa canzone dalla melodia sghemba devo dire che gli Horrors sono dei pazzi incoscienti e per questo mi piacciono. Più che genesizzazione parlerei di una neworderizzazione che fa capolino intorno al terzo minuto e quaranta secondi che fa dimenticare il debutto di un paio di anni fa e proietta il gruppo verso nuovi territori. Il full length, uscito lo scorso quattro maggio non mantiene le promesse del singolo ma mischia ulteriormente le carte servendo sul piatto una new wave inattesa ma non per questo meno gradita. Coraggiosi.
Sul fronte pop si fa di nuovo vivo quel marpione di Jarvis Cocker che ci propone il nuovo singolo Angela, una canzonetta innocua che scivola via umida come la pioggerellina primaverile. I tempi belli dei Pulp sono ormai un lontano ricordo e al solo pensiero scende una lacrimuccia.
Di ben più alto spessore il debutto di Karin Dreijer Andersson alias Fever Ray, già voce dei The Knife. L’omonimo disco è un cupo effluvio di pop elettronico figlio della Bjork meno sperimentale. Al sottoscritto, che proprio non riesce a digerire l’ex Sugarcubes, la bionda svedese invece è piaciuta parecchio. E non solo musicalmente…..
Redivivi anche i Kasabian alfieri di quella grande promessa rock-dance mai mantenuta il cui album in uscita tra maggio e giugno è anticipato dal singolo Vlad The Impaler. Un ritmo trance-dance con batteria a palla che con un opportuno remix sarà la gioia dei dancefloor meno commerciali. Caruccio il video in stile b-movie anni settanta con una goccia di sano splatter casalingo.
Più della musica in sé è molto interessante il dibattito che si è aperto in rete sugli austriaci Soap & Skin. C’è chi osanna il loro Lovetune For Vacuum come i tipi di Ondarock che gli appioppano un otto bello bello (e se leggete il suddetto sito concorderete con me che un loro otto equivale ad un 10++ di qualsiasi altro sito, tranne Pitchfork) e c’è chi lo stronca inesorabilmente. Noi vogliamo bene a tutti, anche a quelli che forse non se lo meritano e, quindi, ci poniamo a metà strada. E’ un disco umorale che più della musica conta l’attitudine di chi lo ascolta. In tempi diversi può provocare un’orchite fulminante o uno stato estatico di contemplazione/esplorazione del nostro subconscio. Penso che questo sia sufficiente per sapere a cosa si va incontro.
E finiamo con i giapponesi Mono. Monolitici, “Monomentali”, Monotoni, Monocordi, Monotematici e Monomarcia (molto bassa), ma chissà perché mo(no)lto affascinanti. Un mistero. Il titolo del nuovo disco è tutto un programma: Hymn To The Immortal Wind. Promessa mantenuta.
Malakai
In tempi non sospetti, scrivendo su “Tonight” dei Franz Ferdinand, lamentavo una certa sonnolenza nelle proposte d’Oltremanica. Piangevo lacrime di malinconia, ricordando le band che hanno invaso la scena alla fine degli anni 90. Un elenco sicuramente approssimativo in cui ci sarebbero Scott 4, Gomez, Belle and Sebastian e Arab Strap. Piccole gemme tipo quel “8 track sound system” dei Fonda 500 che mi piace ricordare con maggiore attenzione in quanto, a suo modo, molto vicino all’opera di cui mi accingo a scrivere: Ugly Side of Love dei Malakai da Bristol.
Un frullatore di generi: hip hop, psichedelia, folk, low fi da non prendersi seriamente, evitando insulse ricerche in rimandi verso chicchessia. Ci sarebbe da perdersi e finiremmo per fare il gioco dei Malakai, che morirebbero dal ridere nel vederci impazzire scrivendo man mano di Love, di Small Faces, di Beck.
Pezzi come Warriors, Shitkicker (una delle gemme migliori del lotto), Snow Flake (da incastonare con la precedente in un improbabile anello di melodie), Blackbird e Moonsurfin, non prevedono discussioni. Sono da gustare come si faceva da teenager senza star lì a pontificare. Un disco che più vario non si può e che trova nello zigzagare dei ritmi la sua forza.
Another Sun e Fading world sembrano uscire da Radio Nostalgia, mentre Lay down stay down è meravigliosamente sixties nel suo incedere. Gli angeli di Bristol (Malakai in ebraico assume questo significato) fanno nuovamente splendere il sole in tutte quelle lande che erano a secco di suoni British. Un plauso a Geoff Barrow (Portishead) produttore e scopritore del duo bristoliano. Buon sangue (inglese) non mente.
Simone
Sul finire dell’anno scorso, vengo a scoprire della nuova uscita targata Franz Ferdinand.
L’attesa, sono sincero, non è la medesima di un tempo perché dagli scozzesi, ormai diventati una multinazionale come la Coca Cola, so bene o male cosa aspettarmi. O almeno, ho sempre pensato di saperlo perché, anche se moderatamente, Tonight mi ha spiazzato. Come se alla bevanda sopracitata avessero aggiunto una spezia che ne avesse cambiato leggermente il gusto.
I Franz Ferdinand mi hanno esaltato. Sarà il generale appiattimento della scena poppettara d’oltremanica (non siamo più in epoca di vacche grasse, quando tra Beta Band, Gomez, Fonda 500 non si riusciva a star dietro a tanto ben di Dio) oppure sarà che, con l’arrivo della primavera, si ha la necessità fisiologica di suoni grintosi e coinvolgenti. E in questo Tonight centra il bersaglio.
L’apripista Ulysses, la nuova ammiraglia che ha circolato su tutte le radio è energia allo stato puro.
I Franz Ferdinand sanno bene che carte giocare e con esse la partita del buon pop è vinta in partenza. A differenza di altre band che a fatica virano verso l’elettronica, portandosi dietro una buona dose di goffaggine cercando, con altrettanto sudore, nuove strade per non ripetersi, il combo scozzese non soffre di questo genere di pressioni. Si muove con disinvoltura su ogni terreno. Siano esse ballate alla Lennon (Katherine kiss me), ritmiche rockettare al vetriolo (Bite Hard) o richiami punk (Turn it on). Vertici assoluti, sono toccati poi con No you girls il nuovo singolo spacca FM, una Twilight Omens pregna di rimandi al passato e poi quella Lucid Dreams che sembra voler continuamente decollare, ma che si appoggia, come senza carburante, su una coda elettronica effettivamente indigesta. Send him away è ulteriormente grandiosa e, opinione del tutto personale, continua a farmi venire in mente Soul Sacrifice (!). Spero nei vostri commenti, per capire se sono l’unico a pensarla così, o almeno per trovare qualcuno in grado di confortare le mie sensazioni.
Siamo nuovamente al cospetto di una grande band. Una delle poche veramente pop(olari), capace di accontentare la casalinga di Voghera e il più appassionato di musica indie. Sperando che quest’ultimo non si faccia condizionare dalla notorietà raggiunta dalla multinazionale Franz Ferdinand.
Sarebbe un vero peccato.
Simone
Antony & The Johnsons: The Crying Light
Leggiadro. Soffice come la neve. Privo della stucchevolezza fine a se stessa e capace di misurarsi con nuovi traguardi musicali. Così si presenta il buon Antony col suo nuovo (capo)lavoro The Crying Light. Si misura col blues (Aeon) ed incanta subito; come un fuoriclasse riesce a far suoi brani più marcatamente pop (Kiss my name) senza inciampare sul terreno di casa (una Her eyes are underneath the ground che apre il disco con classe sopraffina). Antony si muove con eleganza in brani jazzati (One Dove), mettendo la sua ugola in primo piano poiché gli strumenti si sono fatti meno invasivi rispetto agli episodi passati. Lo affiancano senza rubare la scena e creando il giusto pathos. Fireman Electric Arguments
Mi sarei aspettato di tutto dalla vita, tranne di poter, non solo affezionarmi, ma letteralmente impazzire per un nuovo lavoro del sessantaseienne, mai domo, Paul Mc Cartney. E il buon vecchio Paul di cartucce sembra che ne abbia ancora molte da sparare. Per quei pochi che non ne fossero ancora a conoscenza “Electric Arguments” è il nuovo lavoro composto dall’ex-beatle insieme all’ex Killing Joke Martin Glover ed è la prosecuzione di due album più marcatamente ambient-electro-dance datati 1993 e 1998. La differenza è che in questo nuovo lavoro targato 2008, la penna di Paul si sente. Eccome si sente! Anche se premendo play e lasciando fluire ordinatamente il dischetto in questione, pare che il fantasma di Jon Spencer ed i suoi Blues Explosion siano capitati per sbaglio nella sala d’incisione. Morrissey - I'm Throwing My Arms Around Paris
Piazza Delight: Jennifer Gentle - Pop porno (Il Genio cover) from prontialpeggio on Vimeo.
iPod Casino: Pino Scotto from prontialpeggio on Vimeo.
Come ultimo post dell'anno vi offro la seconda parte della solita minestrina riscaldata che ogni blog di tendenza degno di reputarsi tale è obbligato ad offrire ai propri lettori. Ci si vede nel 2009. Roba grossa bolle in pentola: nuove e consolidate collaborazioni, nuovi argomenti, il gradito(?) ritorno di Atanasio Eriberto Sgretoloni con il suo Utopian Blaster e la riesumazione de Il Predicatore.... che volete di più?
E' online il nuovo numero di Write Up! La rivista che "ascolta" la musica in modo diverso. Tra i racconti pubblicati anche uno del sottoscritto dal titolo "L' Acero Rosso". Buona Lettura. (Cliccate sulla copertina per accedere al sito)
Portishead: Third
Dopo i Tv On The Radio e gli Afterhours ci delizia con una nuova tappa del suo percorso musicale: é con onore che presento la nuova rubrica tenuta dall'unico uomo al mondo che si nutre di pane e Stone Roses. E’ bravo, simpatico ed è anche un bel figliuolo. Coccolatelo! (Un ringraziamento ai Fagetz per aver ispirato il titolo della rubrica)
VIC CHESNUTT, ELF POWER AND THE AMORPHOUS STRUMS: Dark Developments
Diciamo così: North Star Deserter sta all’inverno come Dark Development alla primavera. Se per Vic Chesnutt l’estate è una stagione da saltare a piè pari, in questa nuova collaborazione con i concittadini Elf Power non si odono le fredde sonorità del lavoro precedente. Anche i brani più scarni e spigolosi contenuti in questo nuovo lavoro hanno un’attitudine positiva. Stanno bene nella loro veste e danno un valore aggiunto ad un disco che sa, appunto, di primavera. Mystery è un classico brano di Chesnutt: una ballata che non porta ancora con sé i frutti del disgelo. E’ una specie d’attestato, come se volesse presentarsi all’ascoltatore mostrandogli il passaporto. Come per dire: “Ciao! Sono Vic. Sono sempre e comunque io. Non temere. Non ci sono cambiamenti.”. Dopo le dovute presentazioni, eccolo finalmente unirsi al flower power degli Elf e partire per un viaggio splendido ed intrigante. A partire da una Little Fucker che manda in visibilio. Un brano circolare, nervoso e solare allo stesso tempo. Il tutto in pochi minuti. Menziono subito dopo Teddy Bear che è il pezzo che mi ha fatto gridare istantaneamente al miracolo. Reggato, con rimandi spaziali, tutta un ritornello. FAVOLOSA! Neil Young fa capolino nella bucolica We Are Mean dove Vic vola nell’East Coast accarezzando l’acustica e regalandoci una caramella sonora dallo smaccato gusto retrò. Balzando di traccia in traccia alla ricerca di tepore, ecco giungere Bilocating Dog. Un battito di mani introduce una di quelle canzoni da cantare appassionatamente durante una scampagnata con i propri amici. Ti ritrovi in casa a cantare pensando che la vita é mravigliosa. Diventi necessariamente ottimista in soli tre minuti. And How e Phil The Fiddler ci ricordano che il buon vecchio Vic é stato “scoperto” da Michael Stipe. Infatti i R.E.M. sembrano aleggiare dietro questi due brani. L’ultimo dei quali termina con una coda strumentale permeata di saudade. And how, come Bilocating Dog, ti fa cantare e stare bene. Infine non rimane che menzionare Stop The Horse e The Mad Passion of The Stoic. Quest’ultima sembra uscita dalle sessioni di North Star Deserter in cui probabilmente sarebbe stata indigesta.Qui Chesnutt torna nuovamente a mostrarci la carta d’identità, per farci capire che è stato sempre lui quello che abbiamo ascoltato, anche se in alcune parti poteva non sembrare così. Dark Development è un lavoro eccezionale. C’é stato il giusto scambio di vedute tra il gruppo degli elfi e il nostro piccolo grande Vic. A mio modo di vedere nessuno ha voluto strafare ed il disco suona sincero. Ed é quanto basta per scaldarci il cuore in questo freddo inverno che sta per bussare alle porte.
Al mondo esistono persone che silenziosamente, lontano dai bagliori edulcorati e dai clamori guidati del mondo musicale, lavorano sodo. Non per la gloria, leggasi successo, fama e denaro, ma per una cosa (un sentimento?) che, in questi tristi tempi, riesce solo a far sorridere di un sorriso che maliziosamente evoca parole come ingenuità. Sto parlando della passione. Il novanta percento di questi appassionati artigiani della musica produce, in una fittizia scala qualitativa, opere che vanno dal becero al buono, mentre il restante dieci percento cesella lavori che vanno dall’ottimo ai rarissimi casi di capolavoro.
Il problema dei Metallica è che sono i Metallica. Il problema dei Metallica è che hanno sfornato in sequenza Kill’em All, Ride The Lightning, Master Of Puppets (l’apice) e …and Justice For All. Che cosa si può chiedere o pretendere di più? Forse di evitare cadute clamorose come St. Anger. Questo sì.
Forse parto senza le giuste fondamenta. Perché prima di questo disco avevo ascoltato nulla del gruppo newyorkese. Quindi, chiunque pensi che il sottoscritto non possa parlare di un disco, senza conoscere la storia del gruppo che l’ha inciso fin dalle sue origini farebbe meglio a terminare subito la lettura. Per quelli che, invece, credono nella mia buona fede e nella volontà di voler rimediare, dico subito che, adorando letteralmente il dischetto in questione, ora non potrò fare a meno di recuperare l’osannato Return To The Cookie Mountain.
Uno legge Black Angels e che cosa immagina? Come minimo che siano i figli putativi dei Black Sabbath. Dei novelli testimoni in nero (appunto) del riff di chitarra sepolcrale. Oppure che siano i nipoti dei Black Widow, esegeti del nero (di nuovo) esoterismo musicale. Che siano la discendenza degli Slayer, la progenie maledetta dei Venom, o gli ultimi affiliati alla drone-processione capeggiata dai Sunn O))). E che dire del titolo? Promette bene, senza alcuna ombra di dubbio.
Ve la ricordate Sabrina Salerno? Quella “cantante” pop che aveva due “occhi” grandi grandi e che tanto furoreggiò negli anni ottanta con canzoni di successo come Boys (Summertime Love) da arrivare nella top 3 della classifica inglese? Ebbene, in quest’epoca di riesumazione di artisti dati ormai per reperti archeologici, il suo ritorno non stupisce più di tanto. Il nuovo disco s’intitola Erase Rewind e sarà disponibile solo sulla pagina Myspace dell’”artista”. Come si evince dal titolo, tra canzoni inedite e vecchi successi, il disco conterrà anche la cover dell’omonima canzone dei Cardigans. A supporto di quest’opera che non potrà mancare nelle discografie di ogni essere senziente ci sarà anche un tour che partirà dalla Francia.
Se non sapete che fare nel fine settimana del 14 e 15 giugno fate un salto nella ridente cittadina di Bra.
Il percorso stilistico dei Dead Meadow contiene qualcosa di affascinante che non saprei come definire. Dalle origini hard rock colorate di blues malato, che non dispiaceva anche agli amanti delle sonorità metalliche del doom metal presenti in dischi come Howls From The Hills e Shivering Kings And Others, il loro cammino ha subito una lenta e forse inesorabile deviazione verso le lande del rock psichedelico tratteggiato da elementi southern e folk e vitaminizzato da corpose iniezioni di Beatles. Volendo buttarla in cromoterapia possiamo affermare che il gruppo di Washington è passato dal nero dell’abisso al verde degli alberi. Forse così si rende meglio l’idea.
La Shake Edizioni ha pubblicato in questi giorni una vera chicca per i cultori di quel punk rock italico che ebbe breve ma intensa vita verso la fine degli anni settanta e gli albori degli ottanta.
C’era una volta un gruppo che si chiamava Burning Witch…
Chi gironzola da queste parti sa che amiamo incondizionatamente il rock’n’roll. Più è sguaiato e rozzo e più ci piace. Usiamo questi due aggettivi in senso buono, naturalmente. Per questo motivo non possiamo che lodare i Il Torquemada che hanno reso disponibile The Killer Ep in download gratuito. E non è mica roba da ridere, sapete. Qui si pesta di brutto perché si sventra il blues con la furia iconoclasta del punk e si pugnala il rock tout court con lo stoner. Ottima la produzione che pur essendo nitida non snatura l’essenza garage del tutto, mantenendo intatte l’aggressività e la ruvidezza necessarie per un lavoro del genere. La faccio breve perché qui servono poche parole ma molte orecchie: voce al catarro barricato da sessanta marlboro al giorno, chitarra usata come se si stesse grattugiando il grana stagionato cinque anni, basso slap, inteso come il rumore di una sberla a palmo aperto e batteria giunta direttamente dalla ditta pestoduro snc. Bravi, dunque, Il Torquemada, non tanto per lo scaricamento aggratis (che è già una bella cosa) ma perché suonano fottutamente bene e hanno idee da vendere.
Clicca qui!
Scaricato ed ascoltato or ora il nuovo singolo dei Coldplay Violet Hill che precede l’uscita del nuovo disco Viva La Vida Or Death And All His Friends.
Bene, che dire? Lo stile è quello di sempre. L’ orecchiabilità pop e lo spleen neo romantico che da sempre sono i tratti somatici di Chris Martin e soci rimangono immutati, anche se ad una prima analisi un po’ superficiale direi che i suoni di chitarra si fanno leggermente più duri e, a piccolissimi tratti, dissonanti. Un incedere marziale atipico nel loro stile lascia spazio ad interruzioni di pianoforte e voce che sembrano essere un “ritorno a casa”, quasi a non voler abbandonare del tutto i confortevoli territori che hanno fatto la loro fortuna. Non so se Violet Hill avrà l’impatto dei precedenti singoli, certo è che pur non snaturando il proprio essere i Coldplay stanno cercando, adagio adagio, di cambiare strada. Un singolo piacevole, ma al tempo stesso interlocutorio e che accende la curiosità verso il full lenght.
Violet Hill è in download gratuito su coldplay.com solo per questa settimana.
--Hai letto le recensioni di In The Future dei Black Mountain?
--Sembra essere un capolavoro.
--Bè già il primo disco non era male.
--Sì ma questo è un’altra storia, non sembra nemmeno lo stesso gruppo. Ho ascoltato il singolo su maispeis, una cavalcata tellurica di hard rock anni settanta. Come se i Black Sabbath stessero flirtando con i Led Zeppelin.
--Ma come c***o parli? Tu leggi troppi giornali musicali.
--Sarà, ma ascolta qui.
……
--Effettivamente non è male, ma il capolavoro dov’è?
--Bè questo è il singolo, bisogna ascoltare tutto il disco.
--E tu l’hai fatto?
--Non è ancora uscito.
Due settimane dopo.
--Ho comprato In The Future.
--Ah sì? Allora, com’è?
--Un bel disco.
--Tutto qui? Ma non era un capolavoro?
--Guarda, non so che cos’abbiano nelle orecchie i giornalisti. O forse sono io che non capisco un c***o di musica. Cioè, bello è bello, mi verrebbe da dire quasi bellissimo, ma da qui a farne un capolavoro ce ne passa.
--Te lo dicevo di non dare retta ai critici musicali…..
--…E di fidarmi solo delle mie orecchie…… sembri un disco rotto
--Sarò anche un disco rotto, ma ho ragione
--Se vuoi te l’impresto così poi mi dice che ne pensi.
--Ok
Un mese dopo.
--Ti ho riportato i Black Mountain.
--Piaciuto?
--Bè, a dire il vero i primi ascolti non mi hanno entusiasmato più di tanto. All’inizio preferivo il disco precedente, più psichedelico, orientato verso il pop. Questo mi sembrava un copia incolla di tutte le tamarrate anni settanta. Tamarrate in senso buono, naturalmente. Poi più passavano il tempo e gli ascolti e ‘sto In The Future mi ha rapito. Un po’ come il vino buono: un Barbera non ha bisogno fermentare per lungo tempo, un Barolo invece sì. Non so se mi spiego.
--Dici che va ascoltato molte volte per poterlo gustare appieno?
--Sì. E ti dirò anche un’altra cosa: questo disco sarebbe stato un capolavoro se fosse uscito trent’anni fa o forse più. Ora no.
--Tu sì che sei saggio……
--Smettila di prendermi per il culo.
Mettiamo subito in chiaro una cosa: Amen è il disco dell’anno.
Ancor prima della sua uscita, in rete scoppia la polemica. Lo zoccolo duro degli indie sembra non gradire il singolo Charlie Fa Surf. A sentir loro è troppo orecchiabile e i testi sono pretenziosi al limite del ridicolo con quella rima baciata “quanta roba si fa mdma”. Troppo commerciale, insomma. Possibile che ogni volta che un gruppo prova a spiccare il salto verso il grande pubblico (ok, commerciale ci sta), ma mantenendo intatte le proprie caratteristiche senza snaturarsi, magari solo alleggerendo un po’ le melodie, subito deve beccarsi del venduto dai fans più intransigenti? Perché i Baustelle devono rimanere “cosa di pochi”? Solo perché siete degli sfigati il vostro gruppo deve rimanere sfigato come voi? Se il nostro disastrato (musicalmente e non) paese ha la fortuna di aver dato i natali alla più grande pop band degli ultimi, e qui la butto, dieci anni (anche se mi scappava un venti), perché non devono essere patrimonio di tutti? Che si sappia che in Italia non esiste solo il latrare di Ligabue, il biascicare di Vasco (artisti che in passato hanno dato parecchio, ma che ora, artisticamente parlando, si trascinano stancamente) e l’indefinibile Lorenzo Cherubini (non sono solo anche quando sono solo, magari fossi da solo, purtroppo ci siamo noi che dobbiamo ascoltare le tue lagne).
Poi esce il disco e si assiste alla più clamorosa e veloce delle inversioni di marcia che la “critica” musicale abbia mai partorito. Roba che in politica Casini se la sogna; sembra, però, che abbia preso appunti.
Amen disco bello, bellissimo, aria fresca e nuova, colto, intelligente eccetera eccetera. Capite perché il sottoscritto si fida solo delle proprie orecchie?
Uno solo rimane fermo sulle sue convinzioni ed è Ernesto Assante di Repubblica che ai Baustelle, da lui giudicati irritanti e arroganti, preferisce Lorenzo Cherubini, che dal canto suo ha ragione a non sentirsi solo. Non spreco una pigiata di tasti in più per commentare, altrimenti divento come Mughini quando gli toccano
Dal momento che di parole ne sono già state dette tante non mi dilungherò nel parlarvi del disco (in rete trovate tutte le recensioni che volete), però vi consiglio caldamente di farvi un regalo. Non pensavo che i Baustelle riuscissero a fare meglio de “
Scusate, ma ora devo andare. Devo dedicarmi un po’ al giardinaggio dei fiori del male.
P.S.
Amen lo trovate anche in download gratuito su Downlovers
Quando uscì Phoenix accusai i Warlocks di non essere il gruppo psichedelico per il quale si spacciavano pur evidenziandone i molti pregi. Troppo edulcorata e scolastica la loro psichedelia, che si fermava alla superficie di quel vasto mondo, ma non osava varcarne la soglia. La musica non cambiò con Surgery, il loro secondo lavoro. Anzi, il contratto con una major sembrò portare ancor più confusione in seno al gruppo che sembrava diviso tra un approccio di più facile fruizione per eventuali nuovi accoliti e la coerenza stilistica. I frutti sperati non maturarono e così il gruppo di Bobby Hecksher si ritrovò a piedi. Ora, dopo essere stati scaricati dalla Mute Records riescono ad accasarsi presso l’indipendente Tee Pee e, risolti i problemi sorti in seno all’organico, i Warlocks pubblicano alla fine del 2007 Heavy Deavy Skull Lover.
La musica cambia.
Il primo approccio a questo nuovo lavoro è una mazzata che ti butta al tappeto, dove ci rimani un bel po’ cercando di capire dove cavolo sei finito, se ti è passato sopra un camion o se hai esagerato con le peperonata. Otto pezzi che sembrano figli bastardi dei Jesus and Mary Chain più onirici. Un coito tra fuzz acido e arpeggi ad elevato contenuto glicemico che generano un mantra ipnotico salmodiato da una sacerdotale voce cantilenante e a tratti dissonante. Non solo i Warlocks hanno osato oltrepassare quella soglia che sembravano temere, ma tuffatisi nel mare lisergico sembrano sguazzarci beatamente. Si lasciano trascinare dal lento moto delle onde cedendo il comando alla corrente che li trascina sempre più a fondo, verso quegli abissi che, oggi, pochi hanno il coraggio di esplorare. Lode al coraggio degli Stregoni e a coloro che, ascoltando questo monolite stordente, oseranno lasciarsi trascinare sul fondo.
Sono basito. Alla (oscura) luce della nuova fatica discografica degli Electric Wizard e dopo una rapida escursione nella loro discografia, fatta per rinfrescarmi la memoria, sono giunto alla seguente conclusione: i Wizard sono il miglior gruppo stoner/psych/doom/heavy/dark/sludge del mondo. Non hanno rivali (forse solo i Reverend Bizarre riuscivano a tallonarli, ma ormai non esistono più e così va da sé la vittoria in questa competizione). Dal loro esordio, nel 1994, con l’album omonimo che ricalcava gli stilemi classici del doom di scuola Black Sabbath, il quartetto del Dorset ne ha fatta di strada percorrendo il sentiero tracciato quasi quarant'anni fa dai maestri di Birmingham. Senza mai abbandonare la via maestra hanno però evitato di ricalcare pedestramente le orme dei loro predecessori traendone, invece, linfa ed ispirazione adatte a tracciare nuovi percorsi paralleli e al tempo stesso alternativi. Questi percorsi non hanno fatto smarrire il Mago Elettrico, ma l’anno condotto proprio dove voleva arrivare: all’inferno.
Non ci si annoia ascoltando la discografia dei Wizard, il peggio (o meglio?) che può capitare è l’ingresso in uno stato di catalessi lisergica popolato da visioni inquietanti che, se si è fortunati, durerà al massimo un’oretta per tornare poi coscienti con un leggero cerchio alla testa, altrimenti si rimarrà in catatonia per chissà quanto tempo, con la bocca aperta e il classico filo di bava a penzoloni che fa tanto manicomio.
Potrei continuare così per tutto il pezzo perché con la precedente discografia di Justin Oborne (deux ex machina e uomo dal cognome più storpiato nell’ambito del giornalismo rock) e compagnia, insieme al neonato Witchcult Today le premesse per una “recensione” cosmico/esoterico/orrorifico/satanica, ci sono tutte. Ma non ci casco. Perché questa volta il Mago ha calato la sua mano scoprendo le carte. Stava bluffando. Il suo intento non era corrompere le giovani anime al culto del male per creare un esercito di fanatici pronti a seguirlo e servirlo per l’eternità voleva solo divertirsi far divertire. A modo suo.
Witchcult Today svela l’inganno ed è il suo autore a dirlo chiaramente: l’ispirazione per quest’opera va ricercata nei film horror e nei fumetti violenti, orrorifici e zozzi degli anni settanta (quelli che si leggevano dal barbiere per intenderci e non fate finta di niente perché sapete benissimo di cosa sto parlando) di matrice italica, come sempre nel sommo Lovecraft e negli allucinogeni, nel controverso Aleister Crowley e nelle note più dark del rock progressivo settantiano. E i maestri Black Sabbath, naturalmente. Il tutto frullato e messo a bollire in un calderone “stregonesco” per preparare non un filtro o una pozione, ma un gustoso minestrone adatto ai palati più raffinati ed esigenti di chi ama questa cucina. Ed è un bel gustare.
I feticisti potranno anche apprezzare il bel digipack nero/argento in stile “L’anticristo” che racchiude un booklet perfettamente a tema e l’inquietante dischetto nero. La musica si discosta notevolmente dai predecessori perché la durezza si affievolisce aumentando gli intenti progressivi, la voce di Oborne è meno cattiva, anche se è così filtrata che sembra provenire dai più oscuri recessi dell’universo (o dell’inferno, fate voi), mentre la batteria sembra quasi soffocata, sussurrata, lontana dai trascorsi heavy e quindi più progressiva e ben si adatta al nuovo corso(?). Le chitarre continuano imperterrite a macinare riffs su riffs, assoli drogati e dilatati ormai veri e propri marchi di fabbrica, mentre al generale ammorbidimento si aggiunge anche un’inaspettata accessibilità melodica, spiazzante ma di notevole impatto emotivo.
Bastano i titoli di canzoni come Dunwich, Satanic Rites of Drugula, Torquemada ’71 a rendere l’idea di che cosa ci si può aspettare da Witchcult Today, con menzione speciale a Black Magic Rituals & Perversions, canzone che mantiene le promesse del titolo: undici agonizzanti minuti a tratti veramente inquietanti.
La critica è divisa: c’è chi lo reputa un gran disco e chi un’opera di transizione. Il mio modesto parere è che si tratti dell’opera più riuscita degli Electric Wizard e ne sono entusiasta (cosa che mi capita raramente). Mi diverte e m’inquieta come non succedeva da tempo e come tutti i dischi degli EW ritengo che sia un gran disco (forse il più grande) di transizione. Perché la musica dei Wizard è sempre in cammino. Una continua e lenta transumanza verso territori sonori conosciuti, ma poco visitati perché sono luoghi che fanno paura.
Il Mago Elettrico è tornato, spegnete la luce e abbandonatevi al suo lento e maestoso mantra. Fate buon viaggio e soprattutto sperate di ritornare.
Dopo i botti di fine 2007 (Witchcraft, Electric Wizard, Chrome Hoof, The Warlocks), nasce con ottimi auspici il bisestile 2008. Tre dischi che aspettavo da tempo usciranno nella prima metà dell’anno. S’inizia a fine gennaio: i Baustelle pubblicheranno Amen che si preannuncia essere il degno successore de La Malavita e i sorprendenti Black Mountain daranno alla luce In The Future che ha già fatto uscire di senno la critica dopo gli ascolti in anteprima. Più avanti, verso la primavera, ritornerà Antony con i suoi The Johnsons. The Crying Light il titolo del disco. Sarà una primavera di lacrime.
Ho iniziato questo post una decina di volte perché volevo scrivere qualcosa che non fosse scontato e banale. Ogni volta, dopo un paio di frasi, mi accorgevo che stavo scrivendo cose scontate e banali e cancellavo tutto. Che cavolo posso scrivere su questo disco che non sia ovvio? Non lo so e non ho voglia di pensarci. Le ovvietà escono fuori a valanga, mentre le cose originali richiedono uno sforzo che non posso/voglio permettermi. Perché sono pigro e perché ho poco tempo per pensare. Anche perché mentre ascolto The Alchemist non riesco a pensare. Mi perdo. La testa fluttua tra le note che cancellano i pensieri come una spugna cancella il gesso su di una lavagna. Roba strana. Roba strana i Witchcraft. Roba bella. E questo terzo capitolo della loro discografia aggiunge un altro gradino alla scala che li condurrà al paradiso: è un monumento ai (bei) tempi che furono, al rock di fine anni sessanta ed inizio settanta, velato di folk e di hard ed ispirato come se i giovani svedesi fossero rimasti imprigionati in una bolla temporale. Necessario? Ma chi se ne frega. Lo zucchero a velo sul pandoro è necessario? Il Parmigiano sulla pasta è necessario? No, ma impreziosiscono i rispettivi sapori. Ecco, potreste anche privarvi di The Alchemist, ma la vostra discografia sarà meno gustosa.
Perché parlare proprio ora dell’esordio dei Wolfmother? Perché avendo una famiglia da mantenere e le braccine un po’ corte, raramente scucio oltre i quindici euro per un disco. Perciò aspetto che passi un po’ di tempo ed il suddetto entri nella fase disco “vecchio” e che, quindi, alla Fnac il prezzo sia notevolmente ribassato. A meno che non si tratti di un disco di un gruppo di cui sono impallinato o che un ascolto preventivo non mi folgori, ultimamente ho adottato questa strategia. Il portafogli e la famiglia ringraziano, mentre il mio spirito musicofilo soffre.
Ha senso, però, parlarne ora? Forse no, ma siccome avevo promesso che l’avrei fatto ed ogni promessa è debito: eccomi qua.
Permettetemi di scindere il singolo Woman dal resto del disco: questa è la canzone hard rock per antonomasia, con il riffone granitico che ti fa oscillare il capoccione, battere il piedone e ridicolizzare con l’air guitar. Esagerata e tamarra (in senso buono) proprio come si confà al genere. Un must, un mito, un cult chiamatela come volete, ma sempre una grande canzone.
E il resto? Avete presente i Bignami, quei riassunti tascabili di tutto lo scibile scolastico? Ebbene questo disco è il bignami dell’hard rock anni 70. Dire di più non è necessario quindi non fatemi fare l’elenco delle influenze e dei rimandi. E’ un disco bello, il suono è ricco, caldo e potente; analogicamente nostalgico per gli amanti del genere e forse istruttivo per i neofiti. Lo potete trovare anche in offerta: di ‘sti tempi che volete di più?

Ad ottobre uscirà nelle sale italiane Control, il primo lungometraggio realizzato da quel geniaccio di Anton Corbijn
Accolto benissimo al Festival del Cinema di Cannes, ai devoti di Ian Curtis, come il sottoscritto, non rimane che attendere; magari rileggendo il libro da cui è stato tratto il film: "Così Vicino, Così Lontano", le vite dei Joy Division e di Ian narrate con gli occhi di sua moglie Deborah.
E’ strano parlare delle atmosfere plumbee dei Type O Negative mentre fuori il sole riversa la sua umida canicola e gli uccellini cinguettano allegramente svolazzando da un ramo all’altro. Se lo sguardo indugia fuori della finestra, mentre il vocione baritonale di Peter Steele inneggia ai più cupi anfratti dell’esistenza umana, ci si aspetta di vedere il grigiore soffocante della nebbia, mentre in lontananza un corvo si alza il volo salutando con un mesto gracchiare. Ed invece un paio d’adolescenti a torso nudo oscillano in un half pipe con i loro skate e una signora di mezz’età, unta d’olio più di Batista, sta prendendo la tintarella. Che strana sensazione. Un ossimoro multimediale: le orecchie sprofondate in un tetro paesaggio invernale e gli occhi immersi nei colori vivi dell’estate. Eppure quasi tutte le uscite dei TON sono estive. Come se quel gran burlone del vecchio Peter, con un ghigno beffardo, ti stesse dicendo: ti piace l’estate? Sì? E allora ci penso io a rovinartela. Ci penso io a ricordarti che l’estate passa in fretta e, in men che non si dica, ritornerà l’autunno e poi l’inverno. E quelli trascorrono lenti, lentissimi.
E tu sai bene che non si sta riferendo alle stagioni.
Questa volta però il furbastro mi ha spiazzato. Per me ogni nuovo disco dei TON era un ritorno a casa. Essendo sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, d’originale (come se fosse facile di ‘sti tempi) il mio è un viaggio continuo alla ricerca di nuove emozioni sonore. Dopo tanto cercare, però, arrivo, ad un punto in cui è quasi fisiologico ritornare sui sentieri già battuti e assaporare quel già sentito che mi conforta. Anche a chi piace viaggiare fa sempre piacere tornare a casa e dormire nel proprio letto. Questo sono (erano?) per me i TON ma
questa volta il ritorno a casa è stato spiazzante. Come se in mia assenza ci fossero stati i ladri e avessero messo tutto a soqquadro.
Ho comprato Dead Again a scatola chiusa, come ogni disco dei gruppi a cui sono più affezionato, senza leggere recensioni o ascoltare delle anteprime. Tanto so già che mi piacerà, un po’ di più o un po’ di meno dei dischi precedenti, ma mi piacerà. Anche Dead Again mi è piaciuto e mi piace, ma non mi aspettavo di sentire i TON, abituati alla lentezza e alla pesantezza, spingere sull’acceleratore in maniera così drastica.
L’apertura è affidata alla title track, uno dei brani più veloci e al tempo stesso più disposti alle solite sonorità di scuola TON ed è un opportuno ponte che agevola il passaggio tra quello che er